Gianluca Didino “Essere senza casa”: recensione e intervista all’autore

Oltre a essere un giornalista che ha collaborato con diverse testate cartacee (Il Mucchio Selvaggio, Internazionale) e digitali (Prismo, Esquire), Gianluca Didino è anche uno di quei giovani italiani che si è trovato da expat a vivere la Brexit come un vero trauma. Se per molti di noi la famosa votazione del 23 giugno del 2016 ha rappresentato una notizia sorprendente, ma destinata – almeno nel breve periodo – a non avere immediate conseguenze, per Gianluca e molti altri nella sua condizione si è trattato di un vero e proprio colpo: il paese che li aveva accolti sembrava d’un tratto apparire diverso e altro rispetto a quello che credevano di abitare. Nel tentativo di ricostruire una propria identità, sospinta da una narrazione a dir poco tossica, la Gran Bretagna votava per uscire fuori dall’Unione Europea, facendo sorgere più che il semplice sospetto che all’interno della nuova casa inglese quelli come Didino non fossero i benvenuti.

A partire dall’11 settembre del 2001, proseguendo con gli attentati terroristici rivendicati dall’Isis e finendo poi con Brexit e il mandato a Donald Trump, il verificarsi di eventi che sembravano destinati a dover restare confinati nella narrativa di genere ha assunto dimensioni tali da indurre in Gianluca una serie di ragionamenti circa lo strisciante senso di insicurezza che ha cominciato a diffondersi nel mondo occidentale. Un’insicurezza che si è fatta largo fino a giungere a quello che nella nostra struttura mentale rappresenta il rifugio ultimo: la casa.

E sono proprio le sollecitazioni cui è stata sottoposta l’idea stessa di casa a rappresentare il filo conduttore utilizzato da Gianluca Didino, nel libro “Essere senza casa”, per illustrare i “tempi strani” in cui viviamo.

Definizione, quella di “tempi strani”, presa in prestito da un documentario del regista Adam Curtis, ma che richiama alla mente anche l’ultima opera scritta in vita da Mark Fisher, ovvero quel “The weird and the eerie” la cui edizione italiana, a cura della Minimum Fax (che pubblica lodevolmente anche il volume di cui ci stiamo occupando), era impreziosita proprio da una efficacissima prefazione di Didino e di cui “Essere senza casa” rappresenta un’estensione capace di svilupparne in maniera sistematica i concetti.

Ed è proprio il termine “efficace” quello che a mio avviso descrive meglio l’opera di Didino, che risulta capace di parlare in maniera semplice di concetti complessi come demondizzazione, ipermodernità, hyperfiction e hauntologia e che trova il suo momento più ispirato nel capitolo dedicato ai mutamenti che hanno interessato la “narrazione”, la sua velocità di diffusione, nonché la capacità di incidere sulla realtà.

Un’analisi degli umori che attraversano il nostro mondo resa ancora più fruibile e potabile dal continuo ricorso alla cultura (più o meno) pop: nel corso del libro sfilano dunque esempi esplicativi tratti da film, serie televisive, romanzi e ovviamente da dischi.

Ed è proprio in relazione a questo argomento che abbiamo pensato di contattare Gianluca Didino per una breve chiacchierata che da un lato provasse ad applicare alcuni concetti presenti nel libro al mondo della musica e dall’altro semplicemente si concentrasse sui gusti musicali dell’autore e al piacere (jouissance?) che la musica gli procura.

Ciao Gianluca, prime domande d’obbligo:

Con che tipo di musica sei cresciuto e quale è stata la tua formazione musicale?
Risposta semplice: il punk. O meglio quella miscela di punk, grunge e ska che ascoltavano i giovani alternativi di provincia negli anni a cavallo tra i 90 e il 2000. A 16 anni ho scoperto i Velvet Underground, e da lì Lou Reed e Bowie che hanno segnato la seconda parte della mia adolescenza. A 18 anni c’è stato l’incontro con i Radiohead e con la musica elettronica. Da quel punto in poi i miei gusti musicali sono esplosi andando in tutte le direzioni.

Il rock si è trasformato in un genere conservatore (o in una casa rassicurante…), il rap incarna la logorrea social che si è fatta mainstream e l’elettronica è scivolata nel concept cerebrale e/o speculativo. Sei d’accordo con questa mappatura? A tuo avviso si tratta di micro-narrazioni isolate o ci vedi una concordanza di sistema?
Concordo sul rock e sull’elettronica, sul rap non ho idee precise. Non sono un esperto di musica, solo un ascoltatore qualsiasi, quindi non saprei dire. Ma so che il rock faccio ormai fatica ad ascoltarlo, anche se poi ci sono dischi o band che mi catturano, recentemente i Porridge Radio. Non sono un amante della conceptronica, dell’elettronica amo la maniera in cui sequestra il tuo sistema nervoso centrale. Se devo stare a ragionare molto per capirla mi sta già annoiando, devo ammetterlo.

L’ossessione per la compilazione di molti utenti e in generale della critica (vedi le classifiche di fine anno, quelle di fine decennio, quelle dei migliori artisti di un genere etc.) rappresenta un modo di ricondurre a unità un quadro che ormai è definitivamente esploso?
Probabile. Possibile che abbia anche a che fare con il fatto che con internet siamo diventati tutti esperti d’informazione, archivisti o bibliotecari. Le liste però raramente sono un modo di mettere ordine. O meglio, danno l’impressione di mettere ordine ma guardando più da vicino creano solo mondi possibili, Borges l’ha insegnato molto bene, o anche Perec.

La “casa” del rock ha sempre avuto basi solide e stabili (carriere da seguire, dischi da far girare dall’inizio alla fine, stilemi che si evolvono solo dopo essere stati a lungo esplorati e/o cannibalizzati), mentre l’elettronica si è caratterizzata per un maggiore dinamismo (scene o locali al posto di artisti, singoli al posto di dischi, carriere meno longeve, aggiornamento costante in un flusso inarrestabile): questa caratteristica lo ha reso più preparato come genere ad affrontare i nostri “tempi strani” e accelerati?
Direi di sì, anche se penso soprattutto che il vero successo derivi dal fatto che l’elettronica non si richiama a valori “umani” ma dipinge mondi meccanizzati o mistici, comunque impersonali, e molte delle sfide di oggi hanno proprio a che vedere con il rapporto che siamo in grado di instaurare con entità impersonali o portatrici di una soggettività aliena come le macchine, la natura, il mondo inorganico. Questo rende l’elettronica molto più adatta a raccontare il presente.

Nel libro, ti soffermi su alcuni tuoi ricordi personali, come ad esempio quando da studente ascoltavi il cosiddetto indie-rock che, nella sua ultima incarnazione, prevedeva noise, shoegaze e punk-funk (insomma, gli anni zero). Adesso sembra che quel rifugio sia crollato e che i vecchi fruitori di rock, privati di una casa rassicurante, vadano in cerca di altro che possa prenderne il posto, che possa rassicurarli e dargli “identità”. Spesso però si ritrovano sopraffatti dall’eterno aggiornamento imposto dal dilagare di uscite discografiche. Ti ritrovi in questa descrizione?
Cinque o sei anni fa mi sarei ritrovato, ora sulla musica seguo percorsi miei, ascolto solo quello che mi piace. Fortunatamente non ho obblighi come nel caso dei libri! Quindi posso permettermi di ignorare i dischi di cui tutti parlano, è un bel sollievo.

Restando sul tema della “consumazione bulimica” della musica. Un tempo canzoni e dischi si ascoltavano a ripetizione come i bambini che amano tornare sempre sullo stesso gioco, mentre adesso sembra che l’ascolto sia diventato sempre più fugace… Siamo cambiati noi (sottoposti a impulsi costanti che non sappiamo gestire) o è cambiata la musica (che non riesce più a raccontare storie in grado di avvincere per più di una settimana)?
E’ vero e mi capita di pensarci spesso, a quanto era diverso quel mondo, quando ascoltavi un disco decine, centinaia di volte finché non conoscevi a memoria ogni passaggio armonico, ogni stacco, ogni passaggio. Direi che è cambiata la tecnologia, più che tutto: per me quel mondo è finito nel 2006 quando nella casa che abitavo a San Salvario con i miei inquilini è arrivata la banda larga e abbiamo cominciato a scaricare intere discografie in pochi minuti. Rimango abbonato a Spotify, ma più passa il tempo e meno ascolto album interi, piuttosto radio, playlist, il discover weekly. Oppure Soundcloud, insomma forme di fruizione più fluida. Hai ragione tu però, l’aspetto del piacere infantile della ripetizione si è perso completamente, almeno per me.

Veniamo al tema del superamento dell’uomo e del post-umano. Qualcuno potrebbe sostenere che il superamento dell’elemento umano è uno dei sottotesti sempre presenti nell’evoluzione della musica: la manipolazione di qualcosa che la natura produce liberamente (il suono) tramite una continua innovazione tecnica sembra non avere altro punto di caduta che la scomparsa dell’elemento umano e il suo superamento. Esperimenti come la piccola Spawn di Holly Herndon e Jlin mettono in luce come vi sia un’agentività esterna che si sta facendo largo anche in ambito musicale (e in generale in quello artistico). Credi sia una di quelle “soglie”, in questo caso musicali, di cui parli nel tuo libro?
Assolutamente sì. Il punto un po’ inquietante per me è dove conduce questa soglia. Nel rock conduceva al desiderio, alla ribellione, al sesso. Nell’elettronica degli anni d’oro, diciamo 1985-1995, il punto rimaneva il desiderio, anche se in maniera diversa, un desiderio meno “umano” e personale. Oggi non so dove conduca questa soglia. Citando Fisher posso dire che sembra condurre “al di là del principio di piacere”, cioè alla pulsione di morte. Ma forse è esagerato e sicuramente è solo una fase, non voglio essere troppo pessimista su questo.

La dimensione del racconto è sempre stata legata a doppio filo con la musica. Le varie correnti musicali hanno da sempre raccontato una storia e un contesto. Penso a generi come l’Inghilterra depressa del punk, quella pericolosa ma eccitante del CBGB newyorchese, il comunismo acido della San Francisco di Haight-Ashbury o ancora la Londra post-rave del Dubstep. Oggi la musica cosa ci sta raccontando? Questo racconto è stato modificato dalla recente pandemia?
Credo ci stia raccontando di un mondo sempre minacciato da un collasso ontologico, l’ibridazione dei generi di oggi ci parla di un mondo in cui tutto è soglia, no? Umano animale macchina maschio femmina autentico fake tutto mescolato. Non sempre è una convivenza semplice. Sulla pandemia non saprei, non riesco a vedere come sta cambiando la letteratura, che è il mio campo, figuriamoci se riesco a tracciare percorsi futuri sulla musica, di cui sono un ascoltatore occasionale e nemmeno troppo preparato.

Qualcuno potrebbe sostenere che le musiche che provano a preconizzare il futuro finiscono per illustrare, più che il futuro in sé, l’immaginario del proprio presente. Individuano il sentimento collettivo diffuso negli anni della loro produzione e intercettano lo slancio e la paranoia che ogni presente nutre verso il futuro. In questo senso, qual è l’idea di futuro che ricaviamo dalle musiche attuali e come tale idea definisce il nostro presente?
Non saprei risponderti nello specifico sulla musica perché appunto non sono un ascoltatore così enciclopedico. Ma in generale concordo sulla questione della futurologia: il racconto del futuro parla sempre del presente. Si tratta di saper leggere cosa c’è nel presente in nuce, più che altro. Il futuro è un territorio ancora piuttosto straniero, penso, molto più di quanto lo sia stato negli ultimi 50 anni o giù di lì. Stiamo appena iniziando a farci delle idee su quello che potrebbe essere. D’altra parte non è strano, potremmo pure essere estinti e dunque il futuro potrebbe non esistere per l’umanità, normale che facciamo fatica a immaginarlo.

Il finale del tuo libro sembra suggerire che un metodo per superare questi tempi strani sia quello di aprirsi all’esterno e all’Altro. A tuo avviso, la musica pop che da sempre si nutre di ibridazioni e soglie da oltrepassare può costituire un esempio di metodo?
Be’ la musica pop è anche storicamente stata confinata in un recinto di canzoni da 3 minuti, singoli e album da vendere che non permette tutte queste aperture verso l’altro e l’esterno. Internet e le sfide del presente stanno però sicuramente spingendo anche i generi commerciali un po’ oltre la soglia del conosciuto, e questa a me sembra una buona cosa. Pensa ad esempio a Billie Eilish, che i miei amici londinesi ex indie rocker e appassionatissimi di musica disprezzano ma che oggi è un punto di riferimento per i tredicenni. E io a tredici anni, cioè appena prima di scoprire il punk, ascoltavo gli Eiffel 65 e Cher. Insomma, anche a livello del mainstream mi sembra che l’asticella si sia alzata parecchio. Questo capita (anche) quando gli artisti traggono ispirazione da un mondo distopico come il nostro: la “normalità” è anche lei “anormale”.

Per concludere in maniera più leggera, vuoi dirmi i titoli dei tre dischi che più hai ascoltato quest’anno?
I Porridge Radio te li ho già citati, ultimamente sto ascoltando molto l’ultimo degli Heliocentrics, che adoro, poi ho avuto una piccola fissa con Enrico Sangiuliano, il nuovo jazz londinese lo ascolto ormai pressoché sempre (The Comet is coming, Sons of Kemet), una playlist di Spotify sui classici del Northern Soul, i Whyches, una band di garage psichedelico di Brighton, sembrerà assurdo ma ho scoperto solo di recente i Wolf Alice che fino a ieri avevo del tutto snobbato senza nessuna ragione reale, poi un sacco di stream dub o d’n’b su Soundcloud (tanto, tanto dub), oppure BBC6 o radio online tipo N10as. Te lo dicevo, ascolto musica in maniera casuale, senza veramente seguire le nuove uscite. Forse il trait d’union è che è quasi tutta musica inglese.

Un pensiero riguardo “Gianluca Didino “Essere senza casa”: recensione e intervista all’autore

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...