American Football & Duster: fu vera gloria

Qualche sera fa, in preda a un flusso di pensieri, mi sono posto delle domande: ma in musica un capolavoro viene sempre riconosciuto a tempo debito come tale?
I capolavori sono solo quelli di cui si parla, oppure c’è qualcosa che ci sfugge?
Può succedere di non comprendere o non vedere l’importanza di un movimento in essere? E se si sbaglia, si potrà mai rimediare o avremo condannato per sempre l’opera di qualche talentuoso artista, che magari poi ha pure deciso di appendere la chitarra al chiodo?

Alle mie domande ho provato a rispondere, ma non con un discorso a punti, bensì con una storia (o più di una, se preferite), che vi narro qui sotto.

“So let’s just pretend
Everything and
Anything between you and me
Was never meant”

Si chiude così “Never Meant” un inno per una generazione futura, scritto inconsciamente e di getto, in un impeto di rabbia e dolore post-adolescenziale, dove ogni rottura e dolore emotivo vive in eterno e i sentimenti sono amplificati al massimo.
Le incertezze di un decennio depresso come furono i ‘90s e l’arrivo imminente del nuovo millennio contribuirono allo sviluppo di sonorità al contempo dolci e articolate, melodiche e frammentate, memori della lezione tanto del math-rock dei Don Caballero quanto delle storie ad alto impatto psicologico di artisti come Built to Spill e Modest Mouse.

Eppure, nonostante gli importanti presupposti, la carriera degli American Football, trio di Urbana, Illinois, nasce con le ali tarpate e si conclude, dopo soli tre anni e un LP alle spalle, proprio con gli strazianti arpeggi in 6/4 di “Never Meant”, i cui versi finali suonano fin troppo premonitori.

Dopo di ciò, Mike Kinsella, Steve Holmes e Steve Lamos fanno perdere ogni loro traccia. Negli anni a venire si avranno notizie solo di Mike, attivissimo nel filone del cosiddetto “Midwest Emo” in tre fondamentali progetti: Cap‘n Jazz, Joan of Arc e Owen.
LP1” (o semplicemente “americ anfootball”) acquista fin da subito lo status di disco di culto e rara bellezza, eppure del trio non resta più nulla, soltanto un flebile ricordo nelle menti di pochi eletti, oppure sotto forma dei rari CD e vinili prodotti dalla Polyvinyl per l’occasione.
La misteriosa casa di 704 W. High St diventerà sì un punto di riferimento per una generazione, ma non quella a cui Kinsella e soci pensavano di parlare, bensì ai loro figli.
Saranno questi ultimi infatti a raccogliere e fare propria l’idea di una musica dimessa, suonata da eroi musicali che rifuggivano il machismo musicale imperante negli anni ‘70 e parzialmente negli ‘80s, e che avevano il coraggio di presentarsi come persone semplici, fragili magari, vestite come noi, che provano sentimenti forti, soffrono come noi e sono in grado di esprimere senza paura le proprie turbe emotive.

La lezione degli Smiths, dello slowcore e del math-rock viene perfettamente recepita e ricombinata in nove tracce di rara potenza emotiva, che si fanno portavoce di una generazione bistrattata e insicura, che si ritrova a dover raccogliere i frutti delle scellerate politiche attuate dai loro nonni e genitori, senza sapere come riemergere da tanto caso e non può far altro che mostrarsi per come è, mettendo a nudo le proprie debolezze.

L’apporto degli American Football al mondo indie rock è fortissimo e mostra al mondo come possano coesistere ritmiche complesse e articolate, suonate alla perfezione dalla batteria di Lamos, dolci melodie, un tipico elemento jazz come la tromba, nonché una forte attitudine pop, in cui una generazione possa immedesimarsi.
Pezzi come “Stay Home” (esiste attualmente qualcosa di più attuale?), “The Summer Ends”, “The One With the Wurlitzer” e “I’ll see You When We’re Both Not So Emotional” passano alla storia nella loro intrinseca tristezza e malinconia, in attesa che qualche appassionato ascoltatore li riporti in auge.
La musica dei ragazzi di Urbana provoca urti notevoli nella psiche degli ascoltatori, rende nostalgici di un qualcosa che forse non è mai esistito, rende partecipi delle vicende raccontate nei brani: la narrazione è un elemento forte e coinvolgente nella scrittura di Kinsella, autore principale dei testi e la sua voce sentimentale e viscerale è il mezzo migliore per esprimere al meglio il dolore di un periodo di transizione, fatto di incertezza, rassegnazione e delusione.

L’interesse per la band, rimasto sepolto per più di dieci anni, si riaccende tra il 2012 e il 2013 quando sui forum il nome American Football viene riportato in auge da qualche nostalgico fan: il passaparola è rapidissimo, la musica coglie così nel segno che viene invocata a gran voce una reunion!
La magia del momento è così forte da essere quasi percepibile fisicamente: nel 2014 viene annunciato un tour di reunion, i cui biglietti vengono polverizzati in pochi minuti.
Sulle ali dell’entusiasmo, la band, che stavolta può contare anche su Tim Kinsella, fratello di Mike, torna in studio per “LP2” (anch’esso stilizzato come “americ anfootball”), pubblicato nel 2016 sempre dalla fedele Polyvinyl.
I ritmi si fanno più “tradizionali” (si fa per dire), i dolci arpeggi delle chitarre accompagnano la voce sgraziata di Kinsella, che ieri come oggi si dimostra perfettamente a suo agio nel suo “dad rock” così intimo e viscerale.

Il fenomeno American Football sembra essere finalmente diventato globale, a quasi vent’anni dalla formazione: i tour proseguono incessanti e nel gennaio 2019 arriva l’annuncio del terzo album di inediti, intitolato semplicemente “LP3”, edito sempre da Polyvinyl, che verrà poi pubblicato il 22 Marzo 2019.
La copertina non raffigura più l’iconica abitazione, ma semplicemente un cielo azzurro, indice che forse la band è cambiata e maturata.
I synth dominano il disco, così come le numerose collaborazioni (tra le quali spiccano Rachel Goswell e Hayley Williams), la voce di Mike Kinsella sembra più aggraziata, educata, a testimoniare che forse “LP3” è il disco della svolta, che simboleggia fortemente le intenzioni della band: non si sono riuniti per rivivere i fasti del 1999, non sono quattro quarantenni che vogliono giocare a fare i giovani con camicie di flanella e tatuaggi, ma vogliono dare un contributo attivo alla scena.

Alla vicenda degli American Football, mi piace associare quella di altre due band che condividono con il gruppo di Urbana, oltre che il risarcimento di una gloria giunta tardi, ma per fortuna non fuori tempo massimo, anche il gusto per musiche sgheme e che, dietro una scheletrica fragilità, nascondono e sono capaci di infondere una grande forza: i Duster e i Panchiko.
La gloria “postuma”, risvegliata quasi casualmente da utenti anonimi nei meandri più disparati del web (ad esempio Reddit e 4chan), colpisce inaspettatamente e trasforma piccole realtà in culti ristretti: volendo vedere l’altra faccia della medaglia, si può dire anche che finalmente viene fatta della meritocrazia puramente musicale.

Vittime (o carnefici) di questo fenomeno sono anche i Duster, formazione di San Josè, California, autori del capolavoro “Stratosphere” (1998) e di “Contemporary Movement” (2000), esponenti di uno slow-core etereo, caotico ed estremamente “lo-fi”.
Registrazioni analogiche, voci soffuse e canali saturati consacrano i due lavori della band come fondamentali per lo sviluppo delle correnti più alternative del mondo rock, da cui provengono ad esempio Alex G e Car Seat Headrest.

Dal 2000 in poi, si perdono le tracce della band e dei suoi membri, inesorabilmente, o quasi…

Nell’Aprile del 2018, la band annuncia su Twitter di essere tornata in studio, dal nulla, senza alcun preavviso: un fulmine a ciel sereno si abbatte la scena indie-rock, creando attesa immane e palpitazione.
Numero Group procede alla ristampa di tutto il catalogo, introvabile fino a poco prima e pubblica il cofanetto “Capsule Losing Contact”, contenente tutti i lavori in studio più singoli inediti.
Nel Dicembre 2019 esce il nuovo album per Mudd Guts, intitolato semplicemente “Duster”.

Condividono lo stesso destino anche i britannici Panchiko, autori di un unico album nel 2000, riportati in auge a causa di una registrazione tratta da un cd semidistrutto dell’epoca e pubblicata sul 4chan.

Nel Gennaio del 2020, degli utenti del forum, partendo dai nomi citati nel booklet del CD originale, riescono a rintracciare gli ex-membri della band, che vengono informati del piccolo culto a loro dedicato nei bassifondi dell’Internet.
Il disco, stilizzato “D>E>A>T>H>M>E>T>A>L”, viene ristampato e messo in vendita su Bandcamp.

Si tratta di un inedito mix di indie rock, dream pop e trip-hop, condito con una forte dose di etica DIY e autoproduzione, che conferiscono al lavoro, ricco di spunti e creatività tali da farlo sembrare attualissimo ancora vent’anni dopo, un tocco lo-fi e underground.

Quelle che abbiamo brevemente delineato sono tre fiabe musicali a lieto fine che mostrano come spesso possa giungere giustizia per chi si sbatte e crea musica di valore, anche quando sembrerebbe ormai tramontata la possibilità di ottenere un riconoscimento. Il tanto vituperato web, con la sua memoria indelebile e l’abitudine a non dimenticare, può risultare dunque una preziosa risorsa per riportare in vita creature date per defunte e dare finalmente la giusta visibilità ad opere che tempi, contingenze e sensibilità difformi avrebbero invece condannato all’oblio.

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