Sulla bellezza degli anni sessanta e su “Afterglow of your love” degli Small Faces

Sono nato nell’anno in cui il punk perdeva la propria spinta iniziale e i suoi esponenti sparivano in una fiammata o cominciavano a far precedere la formula dal prefisso “post”. Quando ho avuto l’età per discernere quale musica ascoltare, il disagio saturo del grunge mi ha salvato dal rock corporativo e dal pop metal cotonato. Crescendo mi sono poi imbattuto nel tradizionalismo conservatore dei brit-poppers, nella catatonica tristezza del post-rock e nella moviola fumata del trip-hop. I suoni glitch li ho sentiti prima sui cd che cercavo di masterizzare, dato che ero piuttosto squattrinato, e solo dopo nei dischi dell’omonima scena elettronica. Infine, ho assistito al meltdown definitivo fra i generi, all’esperienza rave come scheda madre su cui innestare memorie ram sempre più fantasmatiche, alla morte delle macro-scene e, infine, alla scomparsa del futuro.

In tutta questa baraonda, una cosa è sempre rimasta costante: il mio legame con gli anni sessanta. Perché con i sixties si entrava nel mito puro, nella “golden age” inarrivabile. Un’arcadia che si vagheggiava, sognanti, e che lasciava in bocca un sapore dolciastro, in cui potevi però distinguere l’amarognolo del rammarico di essere arrivati troppo tardi ed essersi persi quella fantastica stagione.

Non so se vi risulti più detestabile l’espressione Millennials o Giovani d’oggi (a me provocano più o meno lo stesso fastidio…), ma per intenderci spero che le persone nate dopo il 2000 non si facciamo scoraggiare da un percorso, quello all’interno della popular music, che si è fatto oramai davvero lungo e tortuoso, e procedano a ritroso fra i vari decenni, le varie correnti, scene e movimenti, fino a giungere, con le loro beate orecchie vergini, alla musica prodotta in quegli anni.

Per quanto mi riguarda, ancora oggi, non smetto di bazzicare una decade che continua a disvelare tesori e band che, se all’epoca non ressero l’urto di una concorrenza semplicemente spietata, presentavano comunque una proposta affascinante, permeata com’era da quello spirito e quelle (perdonate la banalità) vibrazioni. Un mood, naif e pionieristico, che della giovinezza coglieva la naturale impreparazione, la ruvida immaturità e la scalpitante passione.

A metà strada fra gli artisti leggendari e i buried treasure, si situa una delle mie band preferite: gli Small Faces.

Per farla breve (che sul web di monografie se ne trovano parecchie…), gli Small Faces furono un gruppo di ragazzini di circa 18 – 21 anni, emersi a Londra intorno al 1965, proprio quando attorno a loro muovevano i primi passi (o al massimo quelli immediatamente successivi) gente come Rolling Stones, Beatles, Animals, Kinks, Pretty Things e Who. Soprattutto con questi ultimi, i ragazzi si dividono i favori dei Mods, tribù giovanile, nata nel sottoproletariato urbano, che nella passione verso il rhytmn n’ blues più ruvido e ricercato e nell’utilizzo di abiti stilosi ed eleganti trovavano la formula per elevarsi dalla grigia e misera realtà popolare.

In realtà, a differenza degli Who, accusati da molti di non appartenere davvero al movimento, gli Small Faces mods lo erano per davvero (almeno per tre quarti dei suoi componenti: non faceva parte della tribù il tastierista Ian McLagan, entrato nella band successivamente e in sostituzione del mod Jimmy Winston), tanto da utilizzarne il gergo anche nella scelta del nome: “Face” nel giro stava per “cool”, “persona nota” o “viso che si ricorda” (gergo che si ritrova anche nell’unico singolo degli Who, divenuti momentaneamente High Numbers, “I’m a Face”), mentre “Small” si riferiva alla bassa statura dei componenti della band.

La breve vicenda della band diventa da subito una storia di successi: quelli dei primi singoli beat-soul come “Sha la la la lee”, di “All or nothing” che arriva a scalzare dalle classifiche i Baronetti di “Yellow submarine”, di “Itchycoo Park” che con i suoi effetti flanger avvia la svolta lisergica (con il passaggio dall’anfetamina dei mods all’acido della psichedelia), fino ad arrivare alla sfida rappresentata dal disco organico e concettuale (tentativo necessario e doveroso, se si voleva tenere il passo dei Fab Four di “Sgt. Pepper”), che avrà come titolo “Ogden’s Nut Gone Flake”. Ma si tratta anche di una storia caratterizzata da difficoltà e stenti economici, causati per lo più da un rapporto a dir poco problematico con le case discografiche. I ragazzi passeranno burrascosamente dalla Decca dei primi lavori alla Immediate Records di Andrew Loog Oldham, ottenendo in cambio pochi spiccioli e una discografia frastagliata come solo in quegli anni poteva accadere.

Tutto questo fino a quel “Ogden’s Nut Gone Flake”, citato prima, che faceva irruzione nel mercato discografico nel 1968 all’interno di una scatola rotonda, che ricorda un po’ il “Metal Box” dei Public Image LTD di alcuni anni più tardi e che imitava certe confezioni di tabacco in vendita in Inghilterra. Il disco è ambizioso e viene generalmente considerato, a ragione, il loro capolavoro, nonostante soffra di una seconda facciata meno felice della prima. Il lato A presenta infatti una sequela di brani impressionanti per scrittura e sound, mentre – girando il vinile – ci si imbatte in una serie di spoken affidati all’attore Stanley Unwin, che narrano in maniera un po’ dispersiva una favola psichedelica piuttosto sempliciotta. L’impossibilità di portare dal vivo un lavoro certamente complesso e l’ennesimo mancato pagamento da parte dell’etichetta discografica diventava il detonatore per le tensioni interne della band che si avviava così allo scioglimento (per poi rinascere come Faces da un lato e Humble Pie dall’altro: ma questa è un’altra storia).

Tornando al disco, uno dei miei brani preferiti è “Afterglow of your love”, che a dire il vero è anche uno dei miei brani preferiti di tutti gli anni sessanta. Forse perché si tratta di una ballata che anticipa armonie che diverranno tipiche nei decenni successivi, ma la cui registrazione allinea tutta una serie di caratteristiche che solo negli anni sessanta potevano essere presenti, finendo così per diventarne un po’ un caso paradigmatico.

Se la canzone fosse stata incisa anche solo negli anni settanta, sarebbe certamente sparita la batteria eccessiva di Kenney Jones (ma perché nessuno ne parla mai? Rullava come un matto, manco fosse Keith Moon, che peraltro sostituirà negli Who dopo la morte, ma purtroppo fuori tempo massimo…); così come un accorto produttore avrebbe educato maggiormente la voce di Steve Marriott che invece si sgola e cerca di far uscire dal missaggio (in cui è tenuto molto sotto) una raucedine quintessenzialmente operaia: non possedendo né il controllo naturale dei neri, né il professionismo di chi è avvezzo allo studio di registrazione, ciò che viene fuori è pura eccitazione e irruenta furia giovanile; l’organo di Ian McLagan è missato troppo alto ed è fottutamente strabordante: nessuno dai settanta in poi gli avrebbe dato tutto quello spazio e soprattutto quella dinamica; il basso di Ronnie Lane stende un tappeto tonante e continuo che molti avrebbero invece cercato di addomesticare. Lo spazio tra gli strumenti risulta saturo di elettricità, in una baraonda innodica come neanche i Rolling Stones di “Exile on main street” (capolavoro che arriverà solo alcuni anni più tardi…).

Insomma, finisce che una ballata, neanche tanto famosa, mette tutte in file le cose che adoro di più degli anni sessanta o forse le cose che, in generale, adoro del rock.

Tramandatela ai posteri, Giovani d’oggi o Millennials o che so io. Mi raccomando.

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