Fiona Apple e Lucinda Williams: Semper Femina

In questi ultimi anni, quando si parla di universo femminile nell’ambito dell’arte e dello spettacolo è molto difficile riuscire a schivare l’insidioso argomento del cosiddetto movimento “me too” che ha scoperchiato quello che in fondo sapevano tutti, ovvero l’esistenza di un modello perfettamente organizzato di prevaricazione maschile basato sulla molestia sessuale. Da quanto questa melma putrida è stata portata alla luce, molte donne hanno pubblicamente confessato il proprio “me too” e, unendosi ad altre, hanno creato un’ondata di indignazione collettiva che si propone di distruggere un meccanismo tanto oliato, quanto ributtante. Dicevamo insidioso perché, in tutto questo polverone e nel frettoloso appoggio alla causa, non solo di donne ma anche di uomini (magari femministi in pubblico e puttanieri in privato), è facile pensare male e scorgere a torto o a ragione un femminismo più figlio dell’opportunismo che delle proprie convinzioni. Ma è proprio in questa situazione che risaltano maggiormente quelle donne che non hanno bisogno di dire “me too” perché lo hanno già detto in tempi non sospetti o non hanno bisogno di gridare per difendere l’universo femminile perché lo hanno sempre fatto. Perché questa difesa è sempre stata semplicemente parte di loro stesse, testimoniata dalla loro semplice esistenza.

Ebbene due artiste appartenenti a questa tipologia sono appena uscite con i loro nuovi lavori, Fiona Apple e Lucinda Williams. Due donne molto diverse, che al “me too” hanno preferito da sempre il “fuck you”: Fiona la pazza, la reietta dello star system che per anni ha trovato nell’affetto di un cane quello che gli uomini non riuscivano a darle e Lucinda, la poeta e guerriera, che ha sempre dipinto donne capaci di essere forti e senza paura di mostrare la propria fragilità. Due donne, due artiste che incarnano una figura indomita e profondamente femminile e che ora ritornano non solo in grande forma, ma anche e soprattutto incazzate, molto incazzate.

Un accostamento particolare, considerando il fatto che anagraficamente potrebbero essere madre e figlia e che la loro musica è decisamente distante: da un lato l’ambiente metropolitano della canzone d’autore, intellettuale e raffinata, dall’altro le strade polverose di provincia della tradizione roots e del suono “americana”. Ma partendo da luoghi così distanti, possiamo affermare che entrambe percorrono strade che le avvicinano se non nei risultati almeno idealmente.

Fiona cadde come un asteroide dal cielo nel mezzo della canzone d’autore americana e del music business all’età di 17 anni con l’album “Tidal”: giovane, bella, due enormi occhi azzurri nei quali perdersi, brava sia al piano che come autrice, voce incantevole e dulcis in fundo uno stupro subito all’età di 12 anni che veniva pure raccontato in una canzone del disco (“Sullen Girl”). Inutile dire che i vecchi marpioni delle major si leccarono i baffi già contando mentalmente i soldi (eh sì perché allora la musica ancora vendeva!).

Peccato che avevano fatto i conti senza l’oste: la ragazzina dall’aspetto etereo ci mise ben poco a far capire di non essere una fatina dagli occhi azzurri, bensì un personaggio anticonvenzionale, intenzionato a non recitare alcun ruolo se non quello di incarnare se stessa. Al momento del ritiro del Video Music Award nel ‘97 invece del classico “sono molto emozionata e ringrazio tizio e caio”, se ne uscì con le seguenti parole:

“Everybody out there that’s watching this world: this world is bullshit, and you shouldn’t model your life around what we think is cool, and what we’re wearing and we’re saying and everything. Go with yourself.”

Fu solo la prima tappa rivelatrice di un caparbio percorso di indipendenza e diversità. Badate bene non distinzione perché la figura di Apple si gioca proprio attorno al concetto di alterità del “diverso”: emarginata e temuta dal music business perché poco propensa alla vita mondana, per il suo carattere imprevedibile e per i suoi problemi psicologici.

Da quel momento iniziano le schermaglie con la casa discografica: per il secondo album, Apple propose come titolo una poesia di 96 parole che gli esperti di marketing ribaltarono, sfruttando commercialmente quello che venne venduto come “il titolo più lungo della storia”. Il tutto sembrava ancora funzionare, nonostante i dissidi, perchè il disco (che rappresenta il primo capolavoro dell’artista) vendette bene e anche il “personaggio” Fiona Apple, suo malgrado, sembrava funzionare egregiamente.

Al passo successivo invece le frizioni cominciarono a farsi più sostenute. Fiona capì che il suo secondo lavoro costituiva già il picco di una propria prima fase di carriera, quella più vicina al classico cantautorato femminile basato sul pianoforte e che si snodava lungo una linea ideale che va da Laura Nyro a Tori Amos e iniziò a cercare nuove strade.

Il terzo disco tardò poi ad arrivare anche perché il master del lavoro, prodotto dal fido Jon Brion, fu rifiutato dalla casa discografica. Dopo un lungo tira e molla, Fiona dovette cedere e solo nel 2005 venne pubblicato “Extraordinary Machine” prodotto da Mike Elizondo, ben diverso da Brion e vicino al mondo della dance. Ne risultò per forza di cose un lavoro di transizione e certamente quello meno a fuoco e personale dell’autrice ma che rappresentò anche la scossa per dire “mai più”. Da lì in avanti Fiona, forte anche comunque dei numeri di vendita sempre molto buoni, non accetterà più compromessi e andrà dritta per la propria strada prendendosi i suoi tempi e pubblicando solo due album, il lavoro della maturità “The idler’s wheel…” (altro titolo chilometrico) nel 2012 e ora “Fetch the bold cutters”.

Il percorso di Lucinda Williams è diverso: più lungo e meno accidentato, ma non certo liscio. Dopo i primi due dischi di cantautorato acustico pubblicati nell’anonimato più totale, con l’ottimo disco omonimo del 1988 la cantautrice della Louisiana emette il primo squillo. E’ una Lucinda ben diversa da quella che conosciamo, un country rock cristallino, voce pulita e acuta, suoni scintillanti e brani più melodici come la bellissima “Passionate Kisses” trasformata poi da Mary Chapin Carpenter in una hit country. Dopo il buono e più acustico “Sweet Old World”, c’è un primo momento difficile che porterà alla Lucinda Williams che conosciamo. La lavorazione del disco successivo è lunga e faticosa: Williams non è soddisfatta e dopo aver lavorato con Steve Earle decide di rifare tutto. Il risultato di tale caparbietà è “Car Wheels on The gravel road”, il suo disco più apprezzato dalla critica, nonché boom commerciale che viene pubblicato nel 1998 a ben sei anni dal precedente. Il titolo dice tutto: il suono è sferragliante e polveroso come quello delle ruote sulla strada sterrata e la “nuova” voce di Lucinda, maturata nei sei anni trascorsi, costituisce il perfetto mezzo espressivo per i testi: raucedine e intensità, perdenti e angeli ubriachi, lost highways e muri di cemento e filo spinato a dividerci disegnano un capolavoro del suono roots americano e non solo. L’invettiva di “Joy” poi (“you took my joy, I want it back”) è lì a testimoniare e a raffigurare la tipica figura femminile della poetica dell’autrice: schietta, fiera, mai arrendevole, disposta a tutto pur di riprendersi ciò che le è stato tolto.

Anche il percorso discografico successivo dimostra come Williams non guardi in faccia a nessuno e faccia solo quello che vuole. Far seguire a “Car Wheels” un disco meno appariscente, ma intimo e delicato come “Essence” non è certo una buona mossa dal punto di vista commerciale. Il disco però è altrettanto fondamentale perché completa con nuove sfaccettature il profilo di donna forte e combattiva raffigurato nel disco precedente e che rischiava di rimanere uno stereotipo o una addirittura una caricatura maschile. Lucinda dipingendo un ritratto di donna forte anche in virtù della propria fragilità, capace di resistere alla difficoltà non grazie al fatto di essere “tutto d’un pezzo” come l’uomo ma grazie alla propria multiformità.

La Williams poi continua a rispondere solo alla propria esigenza poetica e alla propria esperienza di vita con il suono grezzo e diretto di “World without tears” o quello più raffinato e cantautorale di “West” fino all’apice dell’intensità emotiva e confessionale di “The Ghosts of highway 20”, suo capolavoro della maturità, e all’immediatezza di “Good Souls Better Angels” passando per lo sguardo al passato con il remake di “Sweet Old World”.

Eccoci qua quindi con due dischi che rappresentano ancora una volta un’affermazione forte dell’identità e dell’indipendenza artistica e umana delle due artiste.

Due album dei quali si è parlato molto, nel caso di Fiona Apple forse addirittura troppo, grazie al polverone mediatico sollevato dal 10 di Pitchfork.

D’altronde un disco di Fiona Apple (5 in 24 anni) è sempre un evento e come tale divisivo per sua natura. Dal precedente disco sono passati ben otto anni. Un periodo molto lungo, dovuto per lo più alla volontà dell’autrice di prendersi tutto il tempo necessario; un tempo dedicato a se stessa e al capezzale del suo adorato cane, a vivere e a fare musica. Non ad ascoltarla, perchè Apple ha dichiarato di non voler appositamente sentire musica altrui per non rischiare di esserne influenzata e di produrre una musica che non sia “sua e solamente sua”. I brani hanno preso forma quindi in casa per poi passare ad essere sviluppati e arrangiati insieme alla sua band.

Il disco prosegue il percorso intrapreso con il precedente “The idler’s wheel…”; ovvero un cammino che evolve il suo classico songwriting in maniera obliqua, sincopata e spesso nervosa, creando brani elastici e complessi che sfoggiano un lavoro eccezionale sulle ritmiche svolto in sede di produzione e che rispetto ai precedenti album poggiano maggiormente sulle percussioni che sul pianoforte. La produzione è impeccabile ed efficacissima, giocando su un suono casalingo e non troppo “prodotto”, ma denso e dal grande equilibrio e impatto che oltre alle percussioni e ovviamente al piano, mette in evidenza il fondamentale ruolo del basso di Sebastian Steinberg.

Abbiamo accennato prima alla scrittura che si dimostra di grandissima qualità e varietà nell’unire intuizioni melodiche e percussive e nel “contenere” linee vocali quasi irrefrenabili e i classici testi da parolaia alluvionale di Fiona.

L’interpretazione vocale dell’artista newyorchese è incredibile, nel vero senso della parola: la voce passa da toni angelici alla raucedine rabbiosa, da sussurri a singulti e melismi in maniera talmente naturale da rendere difficile credere che possa trattarsi della stessa cantante. Queste mutazioni vocali poi sono sempre esattamente funzionali al brano e danno sempre la sensazione che la voce faccia ciò che serve nel momento giusto per esaltare tutte le altre componenti. L’esempio più calzante in questo senso è forse il brano “Ladies” dove viene ripetuta in continuazione la parola che da il titolo al brano, ma in maniera sempre differente, creando così una meravigliosa reiterazione ipnotica e mai ripetitiva.

Probabilmente però ciò che rende questo album unico e in grado di stagliarsi tra i dischi di quest’anno (e probabilmente del decennio appena iniziato) è il connubio tra tutti questi aspetti, ovvero la qualità della scrittura, la visceralità nell’interpretazione e una produzione che si mette al servizio della canzone, ma in maniera molto peculiare: anche se Fiona sarebbe capace di tenere desta l’attenzione solo voce, piano e cori, gli arrangiamenti costituiscono uno spettacolo capace di reggere da solo (una versione strumentale del disco sarebbe da sola godibilissima), ma che quando si uniscono alla voce, pur restando ben presenti, cedono volentieri la scena alla divina Fiona (o forse è lei che se la prende…).

A questo disco “straordinario” per tanti aspetti fa da contraltare il nuovo lavoro di Lucinda Williams che pare volutamente fare dell’”ordinarietà” il proprio tratto distintivo. La cantautrice dopo un disco fuori dai normali canoni d’intensità e di enorme statura poetica come “Ghosts” sceglie un approccio “back to basics” che la riporta a un linguaggio popolare, come il più classico rock-blues stradaiolo. Un ambito nel quale a livello di scrittura è difficile (e in fondo poco importante) riuscire a dire qualcosa di nuovo e quindi occorre qualche altro fattore che permetta di distinguersi dalla massa. In questo caso è l’urgenza espressiva che giustifica proprio l’utilizzo di una forma musicale basilare e semplice capace però di veicolare in maniera efficace un messaggio attraverso testi e interpretazione artistica.

Il disco nella sua semplicità necessita quindi paradossalmente di più ascolti per svelare dietro alla veste apparentemente stereotipata, il proprio cuore che risiede nella riaffermazione della forza vitale e soprattutto dell’autenticità di Lucinda.

In un mondo nel quale tuonare contro Trump sembra obbligatorio e quasi scontato, Williams riesce a farlo in maniera credibile e piena di una rabbia sincera; prende in prestito gli accordi di “No expectations” degli Stones e ci costruisce sopra un brano vivido con chitarre elettriche saturate e stratificate che accompagnato un’interpretazione piena di sdegno che trasuda dalla voce roca e dal suo classico tono strascicato.

L’album come dicevamo indugia spesso sul rock-blues tra i quali svettano brani come la tesissima “Big Rotator”, la cupa “Pray the devil”, il boogie “hot” di “Bone Of Contention” e le durezze quasi hard di “Down past the bottom”. Nota di merito al bravissimo chitarrista Stuart Mathis che riesce a svolgere egregiamente l’ingrato ruolo di successore della coppia di fuoriclasse Bill Frisell e Greg Leisz, messo tra l’altro in grande risalto dalla produzione.

Ovviamente Lucinda non si limita a mostrare la sua vitalità solo tramite le scosse elettriche ma si dimostra ancora una volta come una delle più grandi balladeer in circolazione con l’intensissima e waitsiana “Big black train” o la luminosa e lunga “Good Souls”.

Dicevamo però della dimensione profondamente e orgogliosamente femminile che unisce questi due lavori nonostante la loro diversità

Questo tratto comune lo possiamo rinvenire in particolare in due canzoni: “Under the table” di Fiona Apple e “Waking up” di Lucinda Williams.

Entrambi i brani parlano con i propri rispettivi strumenti musicali e poetici di resistenza rispetto all’oppressione maschile e del riappropriarsi della propria fierezza e dignità.

Apple lo dice nel ritornello:

Kick me under the table all you want

I won’t shut up, I won’t shut up

Fiona canta questo ritornello in uno dei suoi brani mutanti, che si apre con un’intro per solo voce, prosegue come ballata pianistica e sfocia in un ritornello in salsa gospel, in cui la voce solista viene accompagnata ora dai cori, ora viene lasciata sola con l’unico supporto di una batteria e di un organo in sottofondo o ancora, arricchita da seconde voci a disegnare contrappunti melodici. Il tono generale non è quindi quello rabbioso che ci si aspetterebbe da un brano con questa tematica, ma quello fiero della propria forza e viene espresso attraverso la caleidoscopica interpretazione vocale dell’autrice.

Williams invece risponde alle pretese dell’uomo nonostante le prevaricazioni così:

But I’m waking up from a bad dream

I’m shaking up, it was a bad scene

But I’m waking up from a bad dream

It shook me up, it was a bad scene

But I’m waking up, it shook me up

But I’m waking up, it fucked me up

But I’m waking up from a bad dream

Il brano è un incubo dark blues introdotto da un ossessivo giro di basso e da una chitarra stridente e distorta: Lucinda fornisce un’interpretazione vocale di una forza incontenibile, quella di una donna che, non più in grado di accettare la sopraffazione, si risveglia e porta dentro di sé rabbia, indignazione e voglia di rivalsa ma soprattutto lo stesso orgoglio indomabile che troviamo nel brano di Fiona Apple.

Non credo sia casuale che queste parole siano ripetute in ognuno dei brani molte volte per sottolinearne la forza e l’ineluttabilità.

Questi versi di risveglio e di presa di coscienza però acquistano forza solo alla luce del vissuto e del cammino umano e artistico di queste due grandissime donne e artiste, capaci di librarsi oltre le mode e i refoli del vento che spesso muovono l’opinione pubblica. Sia ben chiaro non si tratta di un atto di accusa nei confronti di chi non sa sottrarsi a certi meccanismi (chi siamo noi per giudicare?) ma al contrario un inchino di fronte alla forza umana di Fiona e Lucinda, capaci di non piegarsi di fronte a nessuno e con il loro percorso fiero di incoraggiare e di essere di ispirazione per chi ne ha bisogno.

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