Nicolas Jaar – Cenizas: dall’autoaccettazione alla rinascita

Da circa un decennio ormai, dopo un esordio “groundbreaking” (ovvero di quelli capaci di interrompere per un attimo il flusso inarrestabile di uscite discografiche e fare alzare il capo dell’ascoltatore), Nicolas Jaar si è imposto come uno dei maggiori nomi nel mondo della musica elettronica, divenendo, nonostante la giovane età, uno dei punti di riferimento.

Nicolas nasce a New York nel gennaio del 1990, figlio di Alfredo Jaar, celebre artista cileno noto in tutto il mondo per le sue installazioni, e della cilena Evelyn Maynard. Nicolas si dedica fin dalla tenera età alla musica, inizialmente con un paradigma e punto cardine: quello di introdurre la cultura latino-americana nel mondo della club music e renderla socialmente accettabile.
Mi Mujer” ed “El Bandido” (2010), cantati direttamente da Jaar, sono i primi singoli pubblicati dall’artista cileno che già lasciavano trasparire tutti i capisaldi della sua poetica in quanto persona, artista e comunicatore. Il suo è un tentativo di unire la propria “sud-americanità” profonda e viscerale con una vena sperimentale capace di trasformare il mondo del clubbing.

Quindi Nicolas Jaar è un nuovo DJ pronto a prendersi la scena con performance iconiche a festival come Tomorrowland e Ultra Music?
Non proprio: si tratta più di un songwriter che usa l’elettronica come mezzo per trasmettere la sua malinconia e le emozioni di una vita sentimentale triste e angosciante.
Il songwriting elettronico di Jaar comincia far seriamente parlare di sé con l’uscita di “Space Is Only Noise” (2011), pubblicato per la label “Circus Company”.
L’elettronica dell’artista cileno è cupa, malinconica e profondamente reminiscente del suo background latino: sono infatti un leitmotiv di tutta l’opera percussioni tribali e psichedeliche, unite a suoni naturali campionati che spesso si fondono con la voce triste e profonda dello stesso Nicolas.

Non mancano inoltre chitarre, pianoforti e danze tribali a sottolineare un’attitudine da dancefloor di questo lavoro, che all’apparenza risulta antitetica a un approccio quasi introspettivo e lamentoso alla scrittura. 

Da allora in poi la carriera di Jaar è proseguita con la stessa foga di un fiume di piena durante un’alluvione: di pari passo con la sperimentazione musicale e la produzione, cominciano a susseguirsi numerose performance live per i club di tutto il mondo (i torinesi forse ricordano il doppio, epico live al Club To Club 2017). 

Dapprima il progetto DARKSIDE, creato col polistrumentista Dave Harrington, lo porta a spaziare in suoli mai calcati in precedenza: l’album “Psychic” (2013), forte anche dell’esperienza e della comunione di intenti con Harrington, si avventura nei meandri della musica dance francese a-là Daft Punk e in quello del rock più etereo e ovattato, dove però non mancano di farsi sentire i tratti distintivi del sound di Jaar (si pensi alla doppietta finale rappresentata da “Freak, Go Home” e “Greek Light”).,. 

Il 2015 è l’anno di “Pomegranates”, colonna sonora “postuma” pensata per il film “Il Colore del Melograno” (1968), del regista Sergej Iosifovič Paradžanov.
La diversa natura dell’opera porta l’artista sudamericano a ripensare la sua scrittura e a contenere influenze dance, tribali e psichedeliche, nonché la sua natura da songwriter sui generis. 
Dell’immaginario Jaariano restano la forte attitudine sperimentale e la tendenza a esprimere concetti e sensazioni forti tramite suoni e poche parole.
Pomegranates” è caratterizzato da una forte influenza industrial, riscontrabile soprattutto nelle tracce iniziali. Proseguendo nell’ascolto ci si imbatte in suoni più dolci, quali archi e pianoforti, nonché in un “banger” degno dei migliori club come “Club Kapital”. 

Sebbene non si tratti di un’opera di facile e lineare comprensione, difficilmente scindibile dalla visionaria e avanguardistica opera cinematografica “Pomegranates” resta un gioiello di musica elettronica sperimentale, perfettamente coerente con la carriera di Jaar, che a quel punto è solo in fase di lancio. 

Sempre nel 2015, Jaar cura la colonna sonora della pellicola “Dheepan” e rilascia tre EP intitolati semplicemente “Nymphs”.

Il 2016 è un anno importante ed epocale per la storia dell’umanità e della politica: l’elezione di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti d’America lascia incredulo il mondo intero e simboleggia la vittoria dei populismi, del “Make America great again” sulla “politica ben fatta” di Bernie Sanders, già messo fuori gioco dalla  diretta avversaria Hillary Clinton. 
Il background cileno di Jaar lo porta a concepire un paragone con un’altra importante personalità che da anni condiziona l’immaginario collettivo e la cultura del suo popolo: Augusto Pinochet.
In questo momento così particolare della storia, Nicolas Jaar sente dunque il bisogno di registrare un disco “politico”, non più intimista e privato (come da sua stessa ammissione durante un’intervista concessa a Pitchfork) come era stato il trittico “Space – Nymphs – Pomegranate” 
Se il brano “No”, nella mente di Jaar, rievoca il risultato del celebre referendum indetto in Cile nell’88, “History Lesson” narra della ciclicità degli errori dell’uomo nella storia. Il testo breve e laconico recita
Chapter one: We fucked up
Chapter two: We did it again, and again, and again, and again
Chapter three: We didn’t say sorry
Chapter four: We…
e conclude non solo il disco più politico di Nicolas Jaar, ma forse uno dei lavori più impegnati negli ultimi quindici anni. 

Il 2018 è l’anno del fortunato e appassionato sodalizio con FKA Twigs per la realizzazione dell’ambizioso Magdalene” (2019), di cui su questo blog il sottoscritto ha già ampiamente parlato

Gli anni successivi vedono inoltre la nascita di un nuovo alias con cui Nico si nasconde e sperimenta sonorità più riconducibili alla musica house diventata celebre nei sobborghi di Chicago e Detroit: Against All Logic (A. A. L.). 
Con questa maschera vengono pubblicate due raccolte di brani sotto forma di album, così diverse tra loro nell’esteriorità, così affini nella similitudine dei loro concepimenti. 
Se “2012-2017” (2018) è una raccolta di brani che hanno in comune un’estrema ballabilità e un tributo alla musica dance e funky, “2017-2019” (2020) si avventura in decomposizione della club music dal grezzo sapore industrial e concettuale. 
A.A.L. è un progetto cupo, misterioso, che vede collaborazioni illustri (le muse Lydia Lunch e FKA Twigs su tutte). 

La componente astratta e tribale rimane fortissima e perfettamente riconoscibile in entrambi i lavori, e segna il raggiungimento di uno standard qualitativo elevatissimo e di un blasone sempre più altisonante e chiacchierato, elemento non particolarmente gradito all’artista cileno, che prova in tutti i modi di liberarsi delle catene dello showbiz e delle costrizioni che un mondo così asfissiante impone. 
Nico le prova tutte per ritrovare il suo io: disintossicazione dai vizi dell’alcool e del fumo e reclusione forzata, intesa come tentativo estremo  di liberarsi della negatività che sentiva pervaderlo sempre più. 

La conclusione a cui egli stesso giunge è che la negatività sia una parte intrinseca e imprescindibile del suo operato artistico: lo dichiara in un toccante post sul suo blog il giorno precedente all’uscita del suo nuovo album, “Cenizas”, rilasciato il 27 marzo 2020 con la sua label Other People.
Pochi giorni prima lo stesso Jaar decide di trasmettere per intero “Cenizas” sul suo canale Twitch, evento significativo a cui sia il sottoscritto che le altre due teste parlanti del gruppo hanno avuto occasione di assistere. 
Nicolas si presenta in fretta, con una voce dimessa, connesso dal Nord Italia (come da lui dichiarato), e pronuncia poche frasi di presentazione del disco, lasciando le parole alla musica. 
Quello che si evince è che Cenizas (ceneri in italiano) è un disco che segna una rinascita, i cui suoni parlano da soli e molto chiaramente. 

Cenizas” appare meno focalizzato sulle canzoni e più sul flusso, quasi come si trattasse di un’unica traccia. Le sonorità di questo flusso sparso, dilatato ed etereo non apportano grosse rivoluzioni al sound del musicista cileno, ma si pongono quantomeno in continuità con i due precedenti lavori. L’utilizzo della voce è parsimonioso e quando riaffiora appare come un episodio onirico e desolato, subito avvolto e poi annegato in un sound nebbioso, denso e spettrale, che certifica la soccombenza dell’elemento umano rispetto al contesto in cui è immerso.

Se il precedente lavoro, “Sirens”, presentava quegli strani episodi sospesi tra rockabilly disossato e post punk infestato (su tutti l’incredibile ibrido di “The governor”), “Cenizas” si rivela disco magmatico e sfuggente che si ha l’impressione di non riuscire a contenere mai del tutto nella propria sfera cognitiva. In “Cenizas” non si sentono più sfuriate post-punk, ma – sotto la patina polverosa – risultano più evidenti suggestioni house, in realtà sempre presenti nella musica del nostro. 

Un flusso sonoro che si avvia a partire  dall’intro affidato a “Vanish”, in cui una voce robotica e quasi ovattata parla in cima ad un muro di eterei sintetizzatori. Gli elementi del  suono di Jaar sono già tutti chiaramente distinguibili:, dalle percussioni tribali ai campionamenti di fenomeni naturali e atmosferici. L’album prosegue creando una catena di climax (encomiabili i brani “Gocce” e “Mud”, che vedono un uso magistrale del pianoforte e dei fiati) che cullano l’ascoltatore fino al finale di “Faith made of Silk” che è la cosa più sublime mai sentita finora quest’anno: un crescendo ritmico e emotivo gestito con una sensibilità e un senso della misura davvero straordinari! La poesia ottenuta con una linea di synth incorporea e l’intreccio di una linea ritmica che, infestata da lontani ricordi rave, sospinge l’ascoltatore verso un’ascensione priva di frenesia, che si interrompe all’improvviso come capita con certi sogni…

Un disco di onirica spettralità che sembra costituire una ipotetica colonna sonora, depressa e poetica, del nostro presente, in cui l’elemento umano (la voce) viene annegato dal contesto musicale che introietta molte delle pulsioni musicali più interessanti che hanno caratterizzato gli ultimi anni. Ognuno potrà trovarci le suggestioni più vicine magari alla propria sensibilità, ma non deve stupire dunque che capisaldi come  “Kid A” o movimenti concettuali come quelli ascrivibili alla scena hauntologica abbiano finito per trovare echi nella musica di un autore decisamente contemporaneo e attento al presente come Jaar.

Il valore aggiunto di Jaar sta proprio nel suo essere visceralmente latino, amante della sua terra, nonché un inarrestabile sperimentatore e pensatore politico: è a tutti gli effetti un songwriter senza chitarra.
Un artista elettronico che suona elettronico e produce musica elettronica, ma che non sembra pensare se stesso come un musicista appartenente a questa scena. Jaar appare più come un compositore tout court, i cui interessi possono andare dal post punk, al rockabilly, al brano intimistico, ai notturni pianistici fino alle suggestioni latine, ma che poi riesce a ricomporre tale eterogeneità tramite un filtro elettro-acustico assolutamente peculiare che è quello che informa la sua idea di musica. 

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