Jazz from Hell, ovvero di come lo Zio Frank (Zappa) diede lezioni a Jlin e Holly e predisse certi spigoli elettronici

A volte sembra quasi che più musica si affastella nel nostro ampio e frammentato database mentale, più diventa difficile creare degli schemi che ci aiutino a classificare la musica che ascoltiamo. Ancora oggi, che di musica nelle orecchie me ne è passata davvero parecchia, accade spesso di cogliere richiami a qualcosa di noto, ma che non riesco a individuare esattamente…
E capita soprattutto quando mi cimento nell’ascolto delle nuove frontiere della musica elettronica. Per chi, come il sottoscritto, si è formato sul caro vecchio rock, il rischio nell’ascoltare queste nuove musiche è spesso quello di ritrovarsi un po’ come quegli anziani che si entusiasmano per gli smartphone, senza avere in realtà le capacità per comprendere davvero l’oggetto.

Le dinamiche e la velocità di mutamento della musica elettronica sono infatti molto simili a quelle dell’informatica. Tutto cambia alla velocità della luce e tutto appare iper frammentato, con modalità e tempi che la musica pop non ha probabilmente mai conosciuto. L’appassionato di rock, in particolare, è abituato a scandire bene tempi e percorsi evolutivi dei vari generi e delle varie scene che si sono succedute nel corso della storia. Figlio di una critica che lo ha abituato a storicizzare tutto, fatica a immergersi nel magma elettronico in cui proprio l’evoluzione iperveloce e la capacità di fagocitare ogni elemento musicale esterno sembra far svanire ogni possibilità di tracciare percorsi netti.

Allo stesso tempo non può che rimanere affascinato nel sentire come certe influenze che si direbbero a loro estranee vengano fatte proprie da queste nuove generazioni di musicisti, gettando il sospetto che alcune di esse penetrino in maniera forse inconscia nel loro background.

A cosa alludo?

Seguitemi nelle prossime pagine. Vi assicuro che adesso arriva la parte divertente, anche perché entra in scena lo Zio Frank.


WELCOME TO THE MACHINE

“Preferisco utilizzare le apparecchiature elettroniche al posto dei musicisti. Fanno meno errori”
Frank Zappa

Si sa che Frank Zappa, a dispetto del suo dissacrante umorismo, prendeva la musica dannatamente sul serio e di certo non doveva essere facile suonare con lui: lavorare, lavorare e ancora lavorare per poi beccarsi uno sguardo di insoddisfazione che significava “puoi fare ancora meglio”.
Il rapporto tra Zappa e i musicisti è sempre stato piuttosto difficile: lo zio Frank sembrava vederli spesso come ostacoli necessari tra lui e la realizzazione delle proprie idee. Quando poi la sua musica è diventata ancora più complessa e difficile, il rapporto con i musicisti ha finito per assumere quasi i tratti della sfida personale. Celeberrima in tal senso è la partitura di “The black page”, concepita come prova estrema per testare le capacità esecutive del batterista Terry Bozzio. Il punto di rottura, però, furono probabilmente le incisioni con la London Symphony Orchestra a inizio anni ‘80, nelle quali Zappa, abituato a fare da padre padrone, si trovò a scontrarsi con un gruppo di musicisti svogliati (a suo dire) e soprattutto iper sindacalizzati.

Nel caso vi stiate chiedendo cosa c’entri tutto questo con l’elettronica, vi chiedo ancora un po’ di pazienza.

Quel conflitto ha rappresentato un punto di svolta perché, proprio in quel periodo, il Duca delle Prugne aveva messo le mani sul Synclavier, uno dei primi computer musicali della storia dal modico costo di 250.000$ (!!!) e si era reso conto che, grazie ad esso, avrebbe potuto liberarsi in un colpo solo dei limiti imposti dal fattore umano nelle composizioni, nonché di tutte le scocciature che i musicisti portavano con sé.

A questo punto, occorre premettere che l’artista di Baltimora aveva una visione allo stesso tempo ideale e speculativa della musica: l’arte (il discorso va infatti opportunamente allargato) andava considerata come la forma primaria della libertà di espressione individuale. In quest’ottica, il mezzo espressivo diventava puramente strumentale. Dopotutto già nella sua prima apparizione televisiva, nella quale “suonava” rumori e cacofonie varie utilizzando una bicicletta, si coglieva in nuce tutta la sua filosofia: non importa COSA suoni o COME la suoni, l’atto artistico rappresenta prima di tutto una provocazione delle convenzioni e una riaffermazione della propria individualità espressiva. Pertanto, il romanticismo caricaturale del doo wop è strumentale a tale visione, tanto quanto la musica di Varese o Stravinsky e, allo stesso modo, non vi è distinzione tra l’utilizzo di una bicicletta, di una band o di un computer perché sono considerati semplicemente dei mezzi.

L’approdo di Zappa alla musica totalmente elettronica non è quindi da considerarsi una svolta improvvisa, ma rappresenta piuttosto, il punto di arrivo inevitabile di un approccio cominciato molto tempo prima e che trovava nel computer il mezzo “ideale” per la realizzazione della propria visione e libertà espressiva. Non bisogna dimenticare ad esempio, che, già dagli anni sessanta, Zappa aveva ideato una tecnica denominata “xenocronia” che proponeva un approccio, diciamo così, modulare alla musica: consisteva infatti nel creare delle composizioni ex novo, assemblando in post produzione, spezzoni di strumenti estrapolati dal contesto originale. Un concetto di composizione che presenta molte più affinità con la cultura elettronica o hip hop che con quella del rock.

Tornando dunque al synclavier, i primi esperimenti furono una boutade tipicamente zappiana, ovvero l’incisione di spartiti di un presunto antenato del 1800, tale Francesco Zappa (il risultato fu del tutto trascurabile, ma il lavoro sta a comprovare quanto si diceva sulla strumentalità dei generi). Inoltre alcuni brani di musica contemporanea andavano a completare la scaletta del disco orchestrale con Pierre Boulez, “The perfect stranger”.

Ma il primo lavoro veramente compiuto sarebbe arrivato nel 1986 con “Jazz From Hell”. La cosa curiosa è che l’album, mentre lasciava perplessi gli zappiani di ordinanza, riceveva l’endorsement dell’ambiente mainstream che, dopo anni e anni di sbeffeggiamenti, assegnava al disco il grammy per la “miglior performance strumentale di musica rock”. Rock? Ma stiamo scherzando? A parte l’ennesimo assolo di chitarra, inserito per motivi noti solo allo stesso Zappa, di rock o pop in questo disco non ve n’è neanche l’ombra. Come al solito l’industria musicale ufficiale non aveva capito nulla della musica di Zappa, al punto che il premio appare come un ulteriore smacco al musicista americano che veniva degradato a semplice rocker, proprio quando si lanciava in un esperimento molto più complesso…
Il campo di azione, infatti, era più vicino alla musica contemporanea e il risultato è uno dei dischi di più difficile approccio nella discografia zappiana. Sarebbe però errato pensare che, libero dal giogo della scrittura di una partitura per musicisti, lo zio Frank si sia divertito in uno sterile esercizio di puro stile e di complicazione estrema, solo perché la “macchina“ glielo permetteva. Innanzitutto per il fatto che nell’universo zappiano il concetto di “art for art’s sake” non è contemplato e poi perché “Jazz from hell”, al di là dell’estetica sonora, non è affatto un album differente dal resto della sua opera, presentando invero tutte le caratteristiche fondanti del suo modo di fare musica, seppur declinate in maniera differente.
Ecco quindi che l’apertura di “Night School” è un brano relativamente semplice e fruibile, una composizione che si rifà al lato epico e sinfonico che già ci aveva regalato brani indimenticabili come “Strictly Genteel”. La travolgente “G-Spot tornado” invece, è il brano maggiormente melodico e catchy; se vogliamo forzare un po’ il paragone potrebbe rappresentare la versione informatica e anni ‘80 di “Peaches En Regalia” perchè contiene l’hook più memor(izz)abile della sua ultima parte di carriera.
Nonostante la mancanza di testi, Zappa non rinunciò neanche al suo classico umorismo: un titolo come “G-Spot tornado” ad esempio vale dieci volte il crasso umorismo dell’opera “Thing Fish”, apice del suo atteggiamento politicamente scorretto e provocatorio.

Non si tratta dell’opera definitiva di Zappa con il synclavier ma, comunque, dall’ascolto traspare un’eccitazione simile a quella di un bambino di fronte al giocattolo dei suoi sogni; questa sorta di eccitazione, nonostante l’apparente freddezza e impersonalità dei suoni, dona al lavoro una freschezza che mancava ai lavori immediatamente precedenti.

In particolare, si può notare come il campo nel quale si avverte maggiormente la voglia di osare, liberato dai limiti tecnici del musicista e delle umane possibilità, sia la parte ritmica.
Se prendiamo ancora ad esempio “Night school”, notiamo come alla relativa godibilità del tema melodico si sovrappone in sottofondo una scansione implacabile delle poliritmie; questa contrapposizione tra complessità ed epicità della composizione genera la tensione che sorregge l’intero brano. “G Spot tornado” invece è un brano adrenalinico e tachicardico nella sua ossessione e irregolarità percussiva.
“The beltway bandits”, probabilmente il brano migliore dell’album, è l’apoteosi della scrittura zappiana al synclavier: micro poliritmie che sembrano scontrarsi l’una con l’altra e melodie aliene e inafferrabili. “While you were art II” è un brano ad altissima complessità ritmica, vicino alle sue tipiche composizioni di musica contemporanea, mentre la title track è una sorta di parodia velocizzata di un brano di jazz d’avanguardia, con una melodia impossibile e spigolosa. “Damp Ankles” propone un tema astratto poggiato su un reggae-dub (a proposito di ritmiche: una vecchia passione di Zappa) dalle atmosfere notturne e sabotato dalle tipiche percussioni irregolari del disco, mentre “Massaggio Galore” è un brano provocatorio dal ritmo epilettico che sembra un incrocio tra una sigla di un telefilm di spionaggio e un videogame giapponese, nel quale Zappa gioca tramite i campionamenti vocali sull’ambiguità che il titolo suggerisce.

La riprova di come la scrittura della parte ritmica sia influenzata in maniera determinante dall’utilizzo del mezzo elettronico, verrà fornita anni più tardi dalle eccellenti trascrizioni orchestrali dell’Ensemble Modern (ultimi fidati complici musicali dello zio Frank) di alcuni brani per Synclavier, semplificati o meglio umanizzati nella parte ritmica.

“Jazz from hell” fu l’ultimo disco in studio pubblicato da Zappa prima della prematura scomparsa. Si trattò di un’esperienza che fece capire all’artista di Baltimora che il computer poteva essere un mezzo alternativo, ma non in grado di sostituire del tutto i musicisti. Questa consapevolezza è riassunta con la consueta arguzia nella celebre frase: “Il computer non può raccontarti la storia dal punto di vista emozionale. Ti può fornire l’esatta struttura matematica, ma ciò che manca sono le sopracciglia”. Per chi non fosse addentro al linguaggio zappiano, quella delle sopracciglia (oltre a far parte dell’iconico ritratto dell’artista) è un’espressione che possiamo tradurre come quel quid che esprime la non omologazione e la propria diversità individuale. Per usare le parole del direttore d’orchestra Peter Rundel “Mettici le sopracciglia. Questo era il modo di Frank Zappa per dire mettere quel qualcosa in più nella propria musica che fa la differenza tra il suonare bene e il “suonare da esperti in maniera assolutamente sorprendente”.

Da tale consapevolezza scaturirono gli ultimi atti della sua carriera, ovvero il pirotecnico tour del 1988 (uno dei migliori della sua carriera) e la collaborazione con l’Ensemble Modern, nucleo di musicisti con i quali Zappa stabilì un feeling speciale che si concretizzò nell’esecuzione nei teatri di “The Yellow Shark” e nell’incisione di “Civilization Phase III”. Quest’ultimo, completato prima della morte, ma edito postumo, rappresenta una fotografia dell’ultimo Zappa giunto a una mirabile sintesi tra fattore umano (rappresentato dall’Ensemble Modern) e utilizzo dell’elettronica (attraverso un uso più maturo del Synclavier).

Anche per questo valore propedeutico, “Jazz From Hell” rappresenta un importantissimo momento di svolta nella carriera dell’artista. Anzi si potrebbe pensare che, se sommiamo gli addendi (uno dei primi dischi interamente realizzati con il computer e uno dei musicisti più importanti della scena), ciò che si ottiene sia un’opera che abbia segnato un momento importante nella musica di allora e in quella di là da venire.

In realtà, se gli stessi zappiani non accolsero il lavoro con il dovuto entusiasmo, possiamo immaginare quale fu la considerazione che il disco ricevette dal resto dell’ambiente musicale. D’altronde la visione storica e critica nei confronti di Zappa è piuttosto controversa: da un lato ci si riferisce spesso a lui come un genio o come un compositore di tutto rispetto, dall’altro è diffusa l’idea che la sua musica non abbia esercitato una fattiva influenza sulla storia musicale. Questa percezione è probabilmente legata alla singolarità di un personaggio eccentrico come Zappa, la cui inventiva può essere solo imitata senza però “contagiare” e penetrare nel tessuto di altri generi musicali. Certo, capita di incorrere nel termine “zappiano” utilizzato per descrivere una musica particolarmente complicata (o involuta) o nell’utilizzo di uno humour beffardo e slabbrato, ma è senz’altro vero che, almeno macroscopicamente, sia difficile riconoscere l’influenza zappiana, se non in musicisti o in composizioni che si ispirano direttamente al musicista di Baltimora. E spesso si tratta di parenti, amici ed ex collaboratori come Mike Keneally o cani sciolti come il bizzarro norvegese Jono El Grande.
A mio parere però, si tratta di un atteggiamento un po’ superficiale che cerca nella musica solo gli aspetti più evidenti e provocatori, e che nel nostro caso finisce per sminuire l’importanza storica di Zappa, riducendolo a una sorta di eccezione e di genio si irripetibile, ma sterile. Non stupisce dunque che anche lo Zappa elettronico venga visto come una vicenda incapace di piantare dei semi nel terreno della scena elettronica.

Eppure, per ritornare alla questione posta in apertura, a volte può capitare di riconoscere delle affinità musicali, dove meno ce le si aspetti.

Torniamo quindi ai giorni nostri….


THE AGE OF A.I.

“Quello che volevano era: come faccio a fare in modo che il sistema componga una colonna sonora alla Hans Zimmer, così che che non debba pagare un artista?”
Holly Herndon

Partiamo da una considerazione: la questione che poneva Zappa sul rapporto uomo-macchina nella musica si è evoluta e il computer – da opportunità capace di superare la fallibilità dell’essere umano –  evolvendosi, è divenuto qualcosa capace di mettere in discussione la presenza stessa del fattore umano non solo in fase esecutiva, ma anche in quella compositiva.
Sicuramente Holly Herndon é una delle artiste che più si è soffermata sul rapporto tra musica e tecnologia (in particolare sull’intelligenza artificiale), tracciando un percorso che pone sullo stesso piano ricerca scientifica, musicale e implicazioni etiche. In particolare, nella realizzazione del suo ultimo disco, Herndon ha sviluppato un’entità software autonoma di nome Spawn, modellata sulle caratteristiche di un’altra artista elettronica Jlin (ne abbiamo parlato QUI).

Ebbene l’ascolto della musica prodotta da queste due musiciste contiene suggestioni che al mio orecchio richiamano inaspettatamente la lezione elettronica zappiana.

Jlin ha una formazione musicale che non sembra presentare alcun punto di contatto con Zappa: è un artista “elettronica” pura, emersa nel 2015 con l’esordio “Dark energy”, che presenta sonorità legate alla scena del cosiddetto footwork (che Zappa trasformerebbe immediatamente in footjob….), sorta di ipercinetica evoluzione della house originaria di Chicago.

Cosa c’entra Zappa , allora? Proviamo a mettere su la prima traccia di “Black Origami”, secondo lavoro di Jlin: vi troverete di fronte a un brano ritmicamente intricatissimo e quasi asfissiante nella sua ostinazione. Per quanto mi riguarda, pur in un contesto molto diverso e in presenza di un’ispirazione decisamente più tribale ed etnica (due aggettivi che difficilmente si possono accostare a Zappa), il pensiero è andato immediatamente alla musica di “Jazz From Hell”. In particolare ho rilevato un’affinità nella sensibilità e nell’utilizzo spezzato e apparentemente irregolare della ritmica (ma in realtà rigorosamente disciplinato) di entrambi gli artisti. Nei due brani che vi propongo di seguito poi, ho anche notato una somiglianza nell’utilizzo di melodie che nel caso di Jlin mostrano un legame con l’oriente (e in particolare con l’India) mentre in Zappa nella loro peculiarità evocano un oriente immaginario.

Ma credo sia ora di far parlare la musica e lasciare il giudizio all’ascolto:

Se vogliamo proseguire il nostro gioco e sottoporre al test anche la musica di Holly Herndon devo allora confessare che rinvengo, nella maniera iper frammentata con cui la musicista americana costruisce i propri brani, la stessa peculiarità che portava Zappa a spezzare la continuità delle proprie linee melodiche. Scorgo un legame anche nella strategia massimalista di procedere per accumulo, in maniera estremamente cerebrale (o addirittura cervellotica), finendo per provocare un sovraccarico di informazioni tanto faticoso quanto stimolante. Al netto delle differenze concettuali tra i due (la Herndon è figlia del suo tempo, sia nella gestione dei suoni che nelle tematiche che informano quei suoni…) mi sembra si possa riscontrare la medesima freddezza di fondo (Zappa era molto più intellettuale di quanto volesse far credere) e una ricerca della complessità/complicazione spinta fino ai limiti che solo il mezzo elettronico permette.

A costo di far inorridire (ulteriormente?) i cultori di certa elettronica HD, vorrei spingere il nostro raffronto, tirando in ballo altri due pesi massimi della più recente sperimentazione elettronica: Oneohtrix Point Never e James Ferraro. Prima di alzare il (ehm) sopracciglio, proviamo ad ascoltare in sequenza prima il brano “Neotenous smart car” (ma in generale tutto l’album e in particolare “Anthropoceniac”) tratto dall’album di James Ferraro “Human Story 3” e successivamente il “solito” brano zappiano di elettronica saltellante e scomposta: a voi il giudizio.

E se, infine, scegliamo una traccia dal bellissimo “R Plus Seven” di Oneohtrix Point Never e in particolare “Problem Areas”, potremmo ravvisare somiglianze con “G Spot Tornado”:

Se avete riscontrato anche voi delle similitudini, allora, la questione che forse bisogna porsi è come sia possibile che le intuizioni di un vecchio geniaccio individualista che nessuno ascoltava più e che nessuno cita mai quando si parla di musica elettronica, oggi trovino eco in alcuni degli artisti più all’avanguardia degli ultimi anni?

Si tratta di una sorta di preveggenza zappiana?

Ok, non vogliamo certo attribuire doti magiche o extrasensoriali allo zio Frank, ma una cosa la si può tranquillamente affermare: il concetto di tempo (sia fisico che musicale) è sempre stato interpretato in maniera del tutto originale da Frank Vincent Zappa da Baltimora. La sua musica albergava in uno spazio tempo che traeva forza da un lato dal rifiuto e lo sberleffo del presente e dall’altro dall’ispirazione che si riusciva a trarre dal passato. Si parla dopotutto dell’uomo che invece di capitalizzare il proprio spirito freak, decideva di entrare in aperta polemica con gli stessi hippies che, in piena summer of love, volevano erigerlo a simbolo in forza di slogan come freak out e absolutely free. Tale avance fu prontamente respinta con il sarcasmo del titolo “We’re only in it for the money” e la parodia della copertina in salsa freak: mettere alla berlina quella cultura giovanile che si apprestava a diventare inutile stereotipo era una maniera per ribadire la propria fiera individualità, creando una musica nuova e fuori dal tempo, recuperando e elevando tramite il proprio filtro artistico la più becera musica anni cinquanta, mescolandola a musica colta e di avanguardia.
Non bisogna attribuire a Zappa un interesse e un valore sociologico o la voglia di definire il futuro. Però di certo questa sua non appartenenza al presente e questa sua costante voglia di rimarcare la propria diversità gli hanno consentito di creare una musica non esistente e quindi futuribile, sia nell’approccio alla composizione che, come abbiamo visto, nel rapporto tra compositore ed esecutore.

Dunque, anche se Jlin, Holly Herndon, James Ferraro e Oneohtrix Point Never non sono mai stati direttamente influenzati dalla musica di Zappa , forse oggi descrivono un presente che ha finito per incrociare alcune delle futuribili intuizioni zappiane, come già accaduto per le idee alla base della xenocronia.

E’ questo dunque il punto di contatto fra queste due musiche?

Certo è che questi piccoli semi che Zappa ha instillato, volente o nolente, nel nostro futuro dimostrano (qualora ce ne fosse bisogno) che la sua musica è stata tutt’altro che sterile. Se infatti non sono sbocciati in maniera consapevole, ineluttabile o (scegliete voi l’aggettivo) nella musica di altri artisti, sono comunque germinati nell’immaginario sonoro dei suoi ascoltatori. E credo che anche solo questo non sia da considerare poca cosa.

Ovviamente c’è anche la possibilità che tutte queste siano solo le speculazioni di un adepto e che io debba smettere di vedere il fantasma di Zappa ovunque, ma ora scusatemi devo andare perchè lo zio Frank mi chiama dalla stanza accanto: ha un problema con il Synclavier….

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...