The revolution will be televised: cronache dai nostri appartamenti

Era il 1970, quando Gil Scott Heron pubblicava quello che sarebbe restato uno dei suoi pezzi più noti. “The revolution will be not televised” era un proto-rap con cui l’autore scuoteva la propria audience, ammonendo che il cambiamento che stava per arrivare non avrebbe avuto luogo dentro la scatola televisiva, ma fuori: tra la gente e in mezzo alla strada.

A questo punto, possiamo dirlo: il vecchio Gil non ci aveva preso per niente. Accendendo il nostro televisore non possiamo far altro che constatare come la rivoluzione stia in effetti accadendo e come venga trasmessa proprio lì, ventiquattro ore su ventiquattro. E tutto questo mentre al contrario le strade risultano drammaticamente vuote.
La profezia di Gil fu scritta in un momento in cui sembrava ancora possibile coltivare l’idea di un cambiamento politico e civile da contrapporre all’imperante e fagocitante società dei consumi e dello star system.
Sappiamo come è andata a finire: ogni possibile alternativa è stata sconfitta e quel sistema da migliore ha finito per essere percepito come l’unico possibile, spegnendo ogni impulso al cambiamento.

Ma si parlava di rivoluzioni. E’ davvero tale quella a cui stiamo assistendo in diretta dai nostri televisori? Quali saranno le cicatrici psicologiche che tutta questa storia ci lascerà? Quali le nuove abitudini mentali, allenate da mesi di sospetto, separazione e paura del contatto, che influenzeranno i nostri destini politici?
Francamente non mi sembra il caso di imbarcarsi in previsioni che risulterebbero poi certamente viziate proprio dalla frettolosità dell’analisi (stanno succedendo parecchie cose e tutte troppo in fretta). Risulta forse più interessante porre l’attenzione su un processo che, già in atto, in questi giorni sta subendo un’accelerazione.

Mi riferisco alla prevalenza del contatto digitale su quello reale; alla scomparsa della vita quotidiana che lascia al proprio posto una grande narrazione globale che accomuna tutti, ma che a tutti é interdetta, se non tramite il filtro della televisione e degli smartphone; all’involuzione verso la passività di una vita vissuta su uno schermo infestato da spot e banner pubblicitari. Un eterno presente in cui un simulacro di futuro fa capolino solo nella speranza di potere un giorno tornare ad acquistare un bene, il cui utilizzo appare l’unica proiezione possibile e rassicurante.

Ma il futuro, da tempo, è morto: c’è solo un presente che dissipiamo nell’acquisto di merce che pretendiamo arrivi il prima possibile, al solo fine di accorciare la prospettiva e non consentire proprio al futuro di fare capolino nella nostra vita.

Ma queste sono riflessioni di poco conto, affidate a un blog che, si sa, è per definizione luogo di logorrea incontrollata, ma anche bottiglia in mezzo al mare in cui inserire periodicamente messaggi e pensieri.

La televisione non è cambiata poi molto dai tempi di Gil Scott-Heron. A essere cambiate sono probabilmente le strade, che già da anni appaiono spente e deserte, con piazze e bar divenuti, nel linguaggio comune e nella realtà dei fatti, luoghi permeati dalla cultura più becera.

Se mi mettessi alla guida di un partito rivoluzionario, il mio primo obiettivo sarebbe quello di riprendermi proprio i caffè e le piazze. Infiltrerei uomini tra i baristi e i clienti fissi, rileverei attività che stentano a sopravvivere e diffonderei il verbo del dissenso verso il sistema politico nella sua interezza, sbugiardando le finte opposizioni sovraniste e populiste che, alla resa dei fatti, risultano sempre endemiche al sistema.
Sì, tornerei nelle strade: solo in questo modo si potrebbe sottrarre la profezia di Gil al triste destino di promessa non mantenuta.

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