“King Krule – Man Alive!”: ovvero le molteplici identità di Archy Marshall

Il 21 Febbraio 2020 segna l’uscita di “Man Alive!” nuovo album del nostro Archy Marshall, classe 1994, sfuggente e poliedrico artista inglese, pupillo della True Panther Records, etichetta figlia della più nota XL Recordings.

Parliamo del ragazzo che tramite il suo pseudonimo più noto, King Krule, ha dato alle stampe alcuni fra i lavori più originali degli ultimi anni, divenendo – sembrerebbe suo malgrado – uno dei nomi più attesi e considerati dell’attuale scena musicale. Per questi motivi, dunque, alla vigilia dell’uscita del nuovo disco, mille domande e aspettative hanno cominciato ad affollarsi. Domande e riflessioni che hanno riguardato sia la natura del nuovo lavoro che, più in generale, il personaggio: cosa ci prepara il ragazzo? Facendo il punto della situazione: ha già consegnato dei capolavori o piuttosto si tratta di un promessa che è oramai tempo di realizzare? Il suo suono, quintessenzialmente inglese, cosa è capace di riportare all’esterno dalla terra di Albione (proprio in un momento in cui la terra d’albione ha un problema con il concetto di “esterno”)? Nei confronti della brexit come si pone? Viene dai bassifondi popolari o fa solo finta? Quante pinte è capace di scolare?

Ad alcune di queste domande risponde lo stesso Archy, mentre per le altre non ci resta che immaginare…

King Krule nasce nei sobborghi di Londra, e nel suo essere non c’è nulla di più stereotipato: fortissimo accento Brit, capelli rossi, sorriso i cui denti hanno visto tempi migliori. Una dentatura “punk” per quello che probabilmente è l’artista inglese più punk e menefreghista degli ultimi trent’anni (con buona pace dei signori Turner, Kapranos e compagnia: in questa competizione non potete che arrivare secondi…), nonché uno dei più dotati: polistrumentista autodidatta, Archy Marshall suona da solo (quasi) tutti gli strumenti nei suoi lavori, fatta eccezione soprattutto per il sax, affidato all’argentino Ignacio Salvadores.

Il nome “King Krule” inizia a echeggiare nel web nel 2011, quando Archy pubblica l’omonimo EP, seguito da “6 Feet Beneath the Moon”, primo full length del britannico, datato 2013.

Musicalmente, scordatevi il termine punk nel senso stretto del termine: qui non c’è un nuovo John Lydon, piuttosto ci si trova davanti a un David Byrne sotto acidi, o a un Billy Bragg che vuole smettere di suonare come i Clash, dopo aver scoperto Burial, oppure a una reinterpretazione in chiave “noir” della corrente post-punk. Decine di influenze coesistono nel primo lavoro di Marshall: dal jazz agli Smiths, dal dubstep al cantautorato. Si avverte una furia punk divenuta riottosa indolenza e un desiderio di libertà che si scontra con un senso di oppressione espresso da testi che, a una lettura attenta, rivelano come il disagio del ragazzo non sia il solito cliché, ma piuttosto qualcosa di reale.

6 Feet Beneath the Moon” fa letteralmente il botto, incassando plausi ovunque. Tutti sono concordi nell’affermare che sia nata una stella e che dalla svogliatezza irregolare dell’esordio sarebbe da lì a poco giunto un nuovo dispaccio, capace di eliminare ogni dubbio circa la statura artistica del ragazzo che, ricordiamolo, al momento del primo lavoro ha solo diciannove anni.

Archy risponde da par suo dopo due anni. Nel 2015 fa seguire l’acclamato esordio con un lavoro firmato con il proprio nome, Archy Marshall, e intitolato “A new place 2 drown”. Un disco che (oltre a far parte di un progetto più complesso – condiviso con il fratello – che comprende anche un libro di foto, poesie e un cortometraggio) rivela come in realtà i padri spirituali del ragazzo siano gente come Burial e Tricky: eterei, incompleti e imperfetti, in questi signori Archy Marshall si rivede. In particolare, proprio Tricky, seppur con esiti musicali diversi, pare costituire une delle vere pietre di paragone per l’opera di King Krule. Parecchi sono infatti, a ben vedere, i punti in comune tra i due: entrambi amano giocare più che col blues, con il sentimento e l’intenzione che sta dietro questa parola; entrambi si baloccano con un’elettronica cheap che prende le mosse dal dub, dando vita a dischi sfocati che sembrano fuggire il cosiddetto “disco definitivo” (ok, Tricky c’è andato vicino con l’esordio). E ancora: i due sono quintessenzialmente inglesi, ma di una Inghilterra “laterale” e inseguono testardamente un’idea di musica & groove sbilenca, capace di accettare nel proprio minimalismo pochi innesti e/o variazioni. Senza considerare infine come entrambi risultino scostanti non tanto come persone, quanto nella maniera di condurre la propria carriera.

“A new place 2 drown” viene visto come un episodio laterale, da gustare in attesa del lavoro maggiore che sarebbe seguito. In realtà, alla luce anche del prosieguo di carriera di Marshall, si rivela opera che, nella sua manifesta lateralità, diventa episodio centrale per comprendere la poetica dell’autore (in questo senso la circostanza che Archy si firmasse senza pseudonimi doveva forse far scattare qualche campanello d’allarme): King Krule non ha alcuna intenzione di diventare (un) grande e consolidato, ma è piuttosto attratto dalla dissipazione del proprio talento e dalla dispersione della propria carriera in mille rivoli.

Una carriera che prosegue nel 2017 con “The Ooz” (2017), secondo lavoro sotto il moniker di King Krule, dove le atmosfere pesanti dell’esordio si combinano con sonorità jazz noir degne del Calavera Cafè nelle sue serate migliori.

In “The Ooz” i testi si fanno più cupi, catastrofici e mostrano sempre di più l’effetto della depressione e dell’abuso di alcool su Archy. Dalla struggente e impressionante chiarezza sono versi come quelli contenuti in “The Locomotive”:

“The platform sighs, “My empty emotion”
As trackies walk on by
I’m alone, I’m alone
In deep isolation”, “Plagued by our brains, the internal sinking pain
I wish I was equal, if only that simpleI wish I was people (I wish)
The train it now arrives, I plead just take me home”,

o in “Cadet Limbo”:

“Has it been this long since I’ve had this bond?
Lost to where I belong
I don’t ever wanna leave this night
And has it been this long?”

e “Half Man Half Shark”, furiosa miscela di sonorità post-punk e rockabilly:

“See world, you’ll never know
At least when you look to the stars they still glow
Well, not for me though
Body and head are empty, even when we’re toe to toe
Well, I suppose I’ll forever be the only one who knows
Aspirations ingrown, I’ll forever be alone”

Chi sperava in un disco capace di riannodare una volta per tutte i vari fili (sfibrati) che l’esordio presentava, rimane probabilmente deluso: testardamente Archy sembra rifiutare di capitalizzare il clamore mediatico (in gergo “hype”) che si è creato intorno alla sua figura. Insofferente, sfuggente, a tratti inconcludente e scanzonato, King Krule è un artista che sembra non riuscire (siamo così sicuri?) a confezionare il disco che la critica vorrebbe facesse: vedremo come, a nostro avviso, anche il suo terzo album, “Man Alive!”, risente per certi versi di questa mancanza di concentrazione e di una “quadratura del cerchio”.

In seguito a fiumi di parole e wall of text, qui in redazione si è giunti alla conclusione che un disco confezionato, prodotto e quadrato King Krule probabilmente non lo farà mai. E si tratta di un bene, poiché la sottomissione alle leggi del mercato e di Pitchfork toglierebbe mordente alle sue opere, fortemente complesse e personali.

Dopo “The Ooz” e il relativo tour promozionale, King Krule (e con lui tutti i suoi alias) sparisce dalle scene per quasi due anni e mezzo: in questo periodo si dedica all’attività di padre (Marina nasce ad aprile del 2019) e alla stesura del suo nuovo lavoro. “Man Alive!” viene presentato a Dicembre 2019 e pubblicato il 21 Febbraio 2020 e, per certi versi, rappresenta una svolta nel songwriting di Marshall, ora decisamente meno cupo e noir, come se il ragazzo avesse di colpo (ma non del tutto) acquisito fiducia nella società e nel mondo esterno e, in maniera più astratta, serenità e stabilità mentale. Il nuovo lavoro ha una durata nettamente minore del precedente e suona fin da subito più conciso, senza però perdere l’approccio tipico del songwriting di King Krule: ascoltando il disco non si avrà mai l’idea di stare assaporando un lavoro perfetto ed obbediente alle comuni leggi del mercato. L’opera di Krule rimane sempre complessa e articolata, bisognosa di numerosi ascolti per poter comprendere al massimo i suoi punti chiave. Non si tratta infatti di un lavoro semplice o dalle sonorità particolarmente accessibili: per concludere, se volete del classico indie rock da “fast food” di stampo british, ascoltate altro e sarete più contenti.

Il disappunto per la società, le sue scelte, la politica resta un leitmotiv nel corso del lavoro, ma viene presentato in maniera più estroversa e positiva, come dichiarato dallo stesso Marshall in un’intervista concessa a Pitchfork.

Esemplificativi sono i testi di brani come “(Don’t Let The Dragon) Draag On”, in cui una giornata storta viene paragonata a quella di un ipotetico mostro blu (colore non casuale), il Draag, simbolo della depressione:

“Guess this ain’t a world that I dreamt of
How many hits can one bum take?
How many things can one boy make?
I wrap myself inside my duvet
You think those blue giants feel the same?You think they ever have these days?”

o “Cellular”, in cui lo stesso autore, seduto su un treno, osserva il paesaggio circostante, prima di perdersi nel suo iPhone:

“Below the ground floor
We’re losing signal, we’ve lost connection
I left her dying, she was still crying
And now she’s lying in my head”,
“There’s a television
There’s a television speaking to me
There’s a French girl
On my television
She’s crying in the palm of my hand”

Musicalmente, “Man Alive!” rappresenta un’evoluzione quasi naturale nel sound di Marshall, ora più maturo e consapevole del suo ruolo nel mondo. Le ispirazioni restano molteplici: Billy Bragg, l’immancabile Burial, Chet Baker, il post-punk, Tom Waits e sicuramente tanti altri.

L’album conta sia brani più eterei e delicati, come “Theme for the Cross” e “Perfecto Miserable”, così come autentiche sfuriate post-punk come “Cellular” o “Comet Face”. Alcune tracce poi vengono arricchite da pesanti sonorità hip-hop (corrente fondamentale per la formazione di Krule) e dal sax di Salvadores.

In “Man Alive!” King Krule conferma di essere cresciuto e di non volersi piegare alle leggi dello show-biz: nella sua nuova opera si trovano tutti i capisaldi della sua poetica, visti però da un nuovo punto di vista meno catastrofista e insofferente.

Risulta quasi impossibile stabilire con certezza quale fattore sia stato preponderante in un cambiamento mentale così deciso, se la paternità o una maggiore sobrietà o un nuovo senso di responsabilità: quello che importa però è come ora King Krule appaia così diverso, ma al contempo sempre uguale e deciso nella sua poetica e quanto ciò lo renda uno degli artisti più geniali, imprevedibili e interessanti della scena attuale.

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