The Necks – Three: l’arte del cambiamento

Cosa fare per non ripetersi dopo trent’anni di carriera e ben sedici album in studio, diversi l’uno dall’altro? Come soddisfare ancora una volta le aspettative degli ascoltatori e degli stessi musicisti?

Domande come queste hanno cominciato a frullarmi nella testa non appena ho saputo che The Necks stavano lavorando a un nuovo disco. La risposta si è rivelata piuttosto semplice e a fornirla è stato ovviamente lo stesso trio australiano: tre, ovvero il numero perfetto (e magico…).

“Three” è infatti il titolo del nuovo album (pubblicato il 3 febbraio in Australia e in uscita il 27 marzo nel resto del mondo), in cui tutto sembra ricondurre al numero stesso: i membri della band, le canzoni e anche i decenni trascorsi dalla nascita del trio, quasi a suggerire che sia giunto il momento giusto per fare il punto della situazione.
Sembrerebbe dunque che la formula scelta per non ripetersi e suonare ancora una volta freschi sia stata quella… di guardare indietro! Ovvero ripercorrere la propria esperienza e la propria storia, cercando nel passato il futuro dei Necks.
Se in passato i dischi del trio sembravano spesso nascere come reazione all’album precedente, in questo caso si potrebbe forse dire, semplificando all’eccesso, che “Three” costituisce invece una reazione all’intera discografia del gruppo.

Proveremo quindi a fare un gioco, cercando nell’album gli elementi che richiamano i lavori passati, per capire se e come il trio australiano sia riuscito, attraverso la rilettura e la reinterpretazione della propria esperienza, a trovare l’ennesima via inedita, capace di condurli nel quarto decennio della propria vita artistica.

Partiamo innanzitutto dalla struttura che, negli album dei Necks, non è mai un particolare secondario. Come accennato in apertura, il disco è diviso in tre brani della durata di circa venti minuti ciascuno. Una struttura tripartita che viene preferita al formato della composizione/improvvisazione unica, cui vengono solitamente associati i tre musicisti. La composizione unica in effetti è presente in molti lavori dei Necks, seppure declinata di volta in volta in maniera differente (si pensi alle esplorazioni minimaliste del primo, archetipico, album “Sex” e a come la stessa struttura si presenti, ad esempio nell’album “Body”, come una suite composita in cui è possibile scorgere, senza soluzione di continuità, diversi temi), ma c’è da dire che negli ultimi anni il trio era ricorso alla scaletta a più brani in dischi come “Unfold” e in “Mindset” (ma anche “Vertigo” è di fatto formato da più parti intervallate da un momento di silenzio che funge da divisione in lati per il vinile). I brani del nuovo “Three” sembrano unire la durata “ridotta” utilizzata maggiormente nel passato più recente alla ricerca, basata sulla reiterazione minimalista e ciclica, che invece riporta alla prima fase del gruppo; questa ricerca, rielaborata sulla base dell’evoluzione della sensibilità e dell’esperienza maturata in trent’anni, appare ancora più ossessiva, ma concentrata in lasso di tempo inferiore. Per iniziare il nostro gioco di riferimenti al passato possiamo dire che la struttura di “Three” ricorda quella di “Chemist”: tre brani di durata simile, uno più atmosferico circondato da due più ritmici.

Si comincia con “Bloom” e si parte a mille. Il brano infatti è caratterizzato da un groove indiavolato strutturato su un contrabbasso implacabile ed elastico e sui poliritmi frenetici delle percussioni. Analizzando a fondo questa ritmica, si nota come in realtà i battiti per minuto non siano effettivamente elevati: a dare la percezione di una maggiore velocità provvedono infatti le percussioni di Tony Buck che scompone ogni battuta e sembra suonare ogni sedicesimo. Insomma meno velocità, ma più dinamica e una sensazione di straniante velocizzazione. La reiterazione e l’esplorazione del groove costituiscono le fondamenta del brano, procedendo per microscopiche variazioni, su cui si integra il piano di Abrahams che opera su due piani: in superficie con tocchi modali che non risolvono mai la melodia e in secondo piano con ostinati ipnotici che agiscono in maniera quasi subliminale. A tali figure di piano si associano presto fraseggi e serpentine di synth, dapprima sepolti nel mix, ma che diventano protagonisti nel finale insieme a rumori concreti di corde pizzicate simili a bottiglie che sbattono.
L’effetto è paradossale: quello di un brano statico, ma allo stesso tempo dinamico, che dà la sensazione di non progredire, ma che in realtá si nutre di una dinamica sottile che dona vitalità e movimento. Lo si percepisce particolarmente nel giro di basso dove Swanton riesce a formulare infinite e impercettibili permutazioni ritmiche delle poche note che lo costituiscono.
Ci sono diversi elementi che riportano a lavori passati: il più evidente è l’ostinazione ritmica che pur nella diversità del ritmo richiama quella di “Hanging Garden”, mentre l’arrembaggio sonoro riporta a “Rum Jungle” (primo brano di “Mindset”). Il ritorno al groove che mancava da parecchio nei dischi dei Necks ci fa tornare alla prima parte della carriera e in particolare ad “Aquatic”, mentre gli stratagemmi in fase di arrangiamento come cellule sonore, pattern e rumori che appaiono e scompaiono dal mix chiamano in causa “Drive By”. Se i riferimenti a dischi precedenti non mancano, però il risultato, non solo suona inedito, ma dà luogo anche al brano più eccitante del repertorio del trio australiano.

Con il secondo brano, “Lovelock” si cambia completamente registro: dall’impeto ritmico e dall’approccio materico di “Bloom” si passa a un brano sfuggente e inafferrabile. Una sorta di massa sonora allo stato gassoso che procede a ondate cicliche (una struttura che non può non richiamare alla mente quella di “Aether”), mai però impetuose ma piuttosto carezzevoli e spumose come quelle di un mare calmo. Al contrario del brano precedente nei quali gli strumenti erano stratificati fino a formare una materia densa e coesa seppure ricca di sfumature, in questo caso si lavora per sottrazione. Il brano è fondato su una base quasi immateriale, nella quale a ciascuno strumento viene lasciato lo spazio per respirare: Abrahams mostra il suo tocco delicato con accordi eterei uniti a un formicolare di piano. Swanton lavora in maniera aritmica con atmosferici e spettrali suoni prodotti con l’archetto. Buck infine crea un substrato nebuloso con i piatti spazzolati della batteria e un utilizzo onirico dei campanelli. Su questa struttura aerea, stacchi di contrabbasso pizzicato che emergono inaspettatamente e rullate morbide che sembrano emulare realmente la morbidezza delle creste delle onde, scuotono a tratti l’apparente torpore del brano. “Lovelock” svolge una funzione molto importante nel disco proprio perché si trova in mezzo a due brani ritmati, costituendo un’oasi sognante e liquida, proprio come avveniva per “Buoyant” in “Chemist”. Un brano dunque che sembra richiamare la spigolosità di “Vertigo”, la spaziosità di “Silverwater” e il suono etereo e sparso di “Unfold”. Ma anche la ricerca del rapporto tra suono e silenzio di lavori come “Aether” e “Mosquito/see through”. Insomma si tratta di un brano meno appariscente rispetto al precedente, ma dotato di un fascino misterioso e sottile.

Il brano finale, “Further”, è sicuramente quello più accessibile. Ci riporta a una dimensione più ritmata, anche se questa volta il groove non è incombente e forsennato, ma piuttosto rilassato, suadente e magnetico. E forse mai come questa volta i Necks sembrano non aver timore di incantare non solo attraverso le proprie solite armi, ma anche mediante la melodia. Batteria e percussioni lavorano ancora su più piani: i tamburi cadenzano la battuta ancorandola all’apparente fissità del contrabbasso, mentre le percussioni conferiscono movimento. Abrahams dal canto suo costruisce la melodia con pazienza certosina, sviluppando con la consueta maestria un pattern pianistico di stampo jazzistico che dispensa sinuose melodie. In sottofondo ondulanti accordi di hammond, atmosferici suoni di contrabbasso con archetto, accordi sgranati e svisate di chitarra tremolante costituiscono gli ingredienti finali del brano.

Il disco infine rappresenta anche una sintesi delle diverse tipologie di trance che la musica dei Necks è capace di indurre: se “Bloom” travolge i sensi degli ascoltatori e “Lovelock” dà loro tregua, trasportandoli in uno spazio astratto e atemporale, “Further” li rapisce in una trance dolce e confortevole realizzata mediante un’ipnosi melodica. Non a caso è l’unico brano che si conclude in maniera sfumata, cullando l’ascoltatore fino al termine del viaggio.

E dunque una volta smaltito il jet lag, cosa possiamo dire di questa ennesima avventura dei e con i Necks? Che è stato entusiasmante guardare allo stesso tempo indietro e avanti, ben consapevoli però che il viaggio non è affatto terminato. Si tratta infatti solo di un’altra tappa di un percorso la cui fine non si riesce a vedere perché, anche se la meta è vicina, la strada sotto i nostri piedi continua a mutare instancabilmente.

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