Migliori album dell’anno e miglior anno del decennio

Lo confessiamo: siamo dei veri maniaci delle classifiche di fine anno.

Le leggiamo tutte. Nessuna esclusa. Con una penna in mano per prendere appunti, qualora qualche nome ci fosse sfuggito…

Il problema è che quando poi tocca a noi stilare la nostra graduatoria, ci siano già stufati del gioco.

Sì, perché alla fine i nomi dei dischi che abbiamo amato di più sono più o meno quelli che hanno fatto capolino in quasi tutte le classifiche.

E dunque Weyes Blood e Vanishing Twin ci hanno incantato con movenze misteriose e femminili, dalla verde Irlanda ci hanno strapazzato per benino le orecchie le chitarre dei Fontaines DC, dei Murder Capital e dei ritrovati Girl Band, David Berman ci aveva spezzato il cuore con il suo Purple Mountains ben prima di sapere del suo suicidio e i Comet is Coming per una volta hanno giustificato l’hype con un disco ispiratissimo.

Il soul di Michael Kiwanuka ci è sembrato a questo giro sopravvalutato, mentre per una volta che ci avevano davvero conquistati non abbiamo sentito troppi applausi per gli Sleaford Mods. Nulla da dire sullo straordinario avant blues dei 75 Dollar Bill, disco psichedelico dell’anno assieme ai bozzetti pastorali di Tim Presley, né sui graditi ritorni di Rustin Man, These New Puritans e del nuovo gruppo di Gareth Liddiard Tropical Fuck Storm.

Non sono mancate le certezze con i vecchi leoni a partire da sua maestà Michael Gira e i suoi “nuovi” Swans, l’ultimo (?) capitolo dei Pere Ubu, un Bill Callahan che, nonostante si sia presentato meno incisivamente che nei dischi precedenti, continua a raggiungere profondità ad altri negate e soprattutto i ritrovati Wilco, tornati alla forma migliore con un disco che, dimenticando gli ultimi deludenti lavori, si riallaccia direttamente ad “A Ghost is born” (lasciateci aggiungere, da vecchi fan, che – con questo disco dimesso, spettrale e spoglio come un demo – Jeff Tweedy sembra abbia trovato il coraggio di misurarsi con le possibilità creative dell’odierna incarnazione della band).

Sul versante elettronico, siamo d’accordo con quanti si sono esaltati per le visioni apocalittiche degli Amnesia Scanner, per le cattedrali di synth di Caterina Barbieri e per la destrutturazione rave dei Giant Swan.

In Italia vince a mani basse l’ennesimo capolavoro di Cesare Basile, artista enorme su cui ci siamo soffermati a lungo qui. I Massimo Volume hanno consegnato un lavoro ineccepibile dal punto di vista formale che non abbiamo potuto non amare, ma che ci ha sorpresi a sperare che al prossimo giro si prendano qualche rischio in più. A bilanciare il discorso generazionale provvedono giovani leve come i C+C=Maxigross che nel passaggio all’italiano hanno conquistano con un suono impalpabile, minimale e vicino al silenzio delle montagne, i 72-HOUR POST FIGHT con la loro elettronica jazzata e piena di epidermico groove, nonché il misterioso Liberato che, al netto dell’hype, si è rivelato qualcosa di ben più concreto di un fenomeno di costume.

Ma questi nomi sono stati tutti più o meno celebrati in sedi più blasonate/popolari di questa. Dunque, alla fine forse diventa più interessante parlare di quei dischi che, nonostante la loro straordinaria qualità, sono stati meno chiacchierati, se non del tutto ignorati.

Si, perché a volte i meccanismi mediatici risultano davvero strani da decifrare. Un tipo come William Doyle ad esempio se avesse continuato a pubblicare lavori con lo pseudonimo di East India Youth sarebbe finito probabilmente in tutte le classifiche, ma invece scegliendo di presentarsi con il proprio nome di battesimo è stato pressoché ignorato da tutti. E ciò nonostante un disco, “Your wilderness revisited”, che può tranquillamente essere annoverato tra i migliori dell’anno con la sua britannicissima miscela, densa, ma sempre ben calibrata di melodie lunari, passaggi canterburiani, sintetizzatori tra Sheffield e Richard Barbieri, chitarre frippiane e sassofoni bowiani. Una meraviglia, insomma. Recuperatelo.

Se poi abbiamo smesso di sorprenderci per il silenzio che cala a fine anno sui Clinic, il cui Wheeltappers and shunters non è affatto il lavoro minore che le forze del male hanno tentato di farvi credere, siamo rimasti perplessi per il trattamento riservato a quelle povere anime candide (?) dei Fat White Family, che pure in corso d’anno avevano raccolto recensioni positive ovunque. E a ragione, considerato come Serfs up!” sia un puro distillato di rock n’ roll, al punto tale da non aver bisogno di esibire troppe chitarre tra le sue spire tossiche.

Nella categoria “rivelazioni dell’anno” ci ha fatto piacere veder celebrare il country-noir in bilico tra stereotipo e ingenuità di Orville Peck, ma noi avremmo sicuramente inserito anche i nomi di Jeremy Tuplin, il cui “Pink Mirror” unisce una vocalità calda a un scrittura ficcante e può contare su arrangiamenti complessi nonostante una parvenza di semplicità, e dei Modern Nature che con “How to live” creano un corto circuito capace di condensare talmente tante suggestioni musicali (dai Caravan agli Hood, passando per Broken Social Scene, Nick Drake e Beak) da sfidare la volubilità di un pubblico dalla ridotta soglia dell’attenzione.

Dall’America non sono giunte a destinazione le cartoline di Health&Beauty, Wand e Bhi Bhiman ed è un peccato perché la prima è un lavoro che unisce chitarrismi younghiani e melodie di americana dimessa, la seconda evolve il tipico sound garage del gruppo verso un suono complesso e stratificato, capace di unire sonorità alla Radiohead, chitarre vigorose e psichedelia morbida alla Yo La Tengo, mentre la terza, intitolata “Peace of mind”, presenta un cantautorato impegnato che ha via via scurito la sua pelle, dopo diverse centrifughe funky-soul.

Destinati a rimanere segreti per pochi intimi sono poi alcune opere che giocano con i confini più estremi delle nostre musiche.

E così il nostro Alex Cremonesi ha dato alle stampe con “La prosecuzione della poesia con altri mezzi” un lavoro straniante e onirico che fa dell’arte di ricombinare gli elementi una via alternativa alla composizione e che sfocia in un flusso di coscienza che, chissà perché, ci ha ricordato il finale di “The New Rose Hotel”; Joshua Abrams ha proposto la propria miscela ipnotica ottenuta fondendo jazz minimalista e sapori etnici; altrettanto minimalisti e ipnotici risultano i Kukangendai di “Palm” che dal giappone propongono un math-rock disossato e diafano, dove l’elemento ritmico si riduce a balbettio disarticolato, ma sempre umano e caldo; Jefre Cantu-Ledesma, con il suo “Tracking back the radiance” propone un ambient che si ciba di suoni elettro-acustici disfatti fino a creare droni pulsanti e nebulosi; i CUP di Nels Cline e Yuka Honda hanno sorpreso con “Spinning Creature”, un lavoro assolutamente godibile, in cui suggestioni wyattiane decorano i tessuti creati dalla trama chitarristica di Nels e dall’ordito dei synth di Yuko.

Meno estremo, ma ugualmente poco conosciuto è il folk britannico che quest’anno ci ha donato soprattutto “The livelong day” degli irlandesi Lankum, un disco capace di incantarci tanto con brani originali, corali ed epici, quanto con reinterpretazioni scarnificate di traditional che mostrano le assonanze tra antico e moderno, utilizzando bordoni come droni o impiegano rumorismi per trasfigurarsi in maniera non poi così dissimile da quella compiuta dai Low di “Double negative”. All’ultimo momento poi è giunto un artista prezioso, ma assolutamente di nicchia come Richard Youngs che trova in Raul Refree un partner, già visto sui palchi a fianco di Lee Ranaldo, capace di domare il suo lato più eccentrico con il risultato di sfornare quattro lunghe ballate che profumano di Nick Drake e Tim Buckley oltre che di infinito, grazie alla strumentazione sospesa e alla vocalità di Youngs forse mai così gentile e misurata prima d’ora.

Ci fermiamo qua anche se ci sarebbero parecchi altri dischi interessanti da segnalare ma ve li lasciamo scoprire QUI, nella nostra playlist completa del 2019.

Ma chiaramente non possiamo non dedicare due parole al disco più divisivo dell’anno. Celebrato in molte classifiche, ma da parecchia gente bollato come solenne rottura di coglioni, “Ghosteen” di Nick Cave è stato il disco che nel bene e nel male ha caratterizzato maggiormente il 2019, almeno nell’ambito di quel che un tempo si chiamava rock.

Di fatto la platea si è divisa tra quanti si sono inchinati davanti al mastodonte caveiano, quasi come si fosse davanti al dono di un profeta, impossibile da criticare perché imperfetto nelle stesse intenzioni dell’autore e chi invece si è ritratto da un’opera faticosa all’ascolto, noiosa o comunque viziata da un retorica da santone divenuta insostenibile.

Probabilmente, saranno gli anni a trovare la giusta collocazione al disco, ma forse nel frattempo un paio di cose si possono dire.

Innanzitutto, che è stato bello il 3 di ottobre di quest’anno collegarsi da tutto il mondo per ascoltare il nuovo disco di uno dei nostri. E non perché ci attirino gli eventi mediatici in sé, ma perché quella premiere ci è sembrata un momento di condivisione prezioso, nonché il compimento di un percorso personale e artistico che abbiamo trovato commovente nella sua sincerità.

Ghosteen” è, infatti, la risultante di due percorsi non del tutto collegati, ma che di certo si sono influenzati: da un lato quello musicale di un Nick Cave che da “Push away the sky” in poi ha cominciato a spingere le proprie sonorità verso lidi più impalpabili ed eterei, dall’altro quello umano che ha visto il nostro subire la peggiore delle perdite che un uomo può vivere: la morte del figlio. “Skeleton Tree” (uno dei capolavori del decennio appeno concluso) aveva chiaramente risentito del lutto (l’evento si è verificato durante la sua lavorazione) e aveva dato vita a una trasposizione live in cui Cave si è letteralmente e pubblicamente aggrappato al proprio pubblico per venire fuori dal proprio dramma personale (ne parlavamo al tempo qui).

Al tour hanno fatto seguito i Red Hand Files (sorta di “angolo della posta” che però Nick ha preso dannatamente sul serio rispondendo, cuore in mano, a tutti i suoi fans) e i Conversation tour (ovvero tour in cui Nick al piano interagiva con il pubblico, spesso conversando con esso). La premiere di “Ghosteen” ha finito dunque per essere il punto di arrivo di questo percorso che ha portato Cave dal proprio dolore personale al desiderio di condividere non già la perdita, ma l’afflato di fratellanza che questa ha generato nel musicista.

A ben vedere il messaggio finale dei sessantotto lunghissimi minuti di “Ghosteen” è che tutti prima o poi perdiamo qualcuno (o qualcosa…) e che non facciamo altro che vivere nell’attesa di questa perdita. La ricetta di Nick è quella di stringersi tutti insieme nell’attesa. Con lui sembra aver funzionato.

Un “messaggio” talmente potente che a molti è sembrato sufficiente per certificare la grandezza di un’opera e ciò a prescindere anche dalla presenza di parecchi difetti.

Dal punto di vista squisitamente musicale, infatti, il disco appare eccessivamente lungo, al punto che è probabile che con una maggiore sintesi avrebbe guadagnato in compattezza e mantenuto più alto, non solo il livello dell’attenzione, ma anche quello dell’emozione.

Ciononostante “Ghosteen” rimane un lavoro affascinante che vanta testi ricchi di simbolismi che trascinano verso un mondo doloroso, ma trasfigurato in chiave poetica, mistica e favolistica (la copertina simil fantasy in tal senso è fuorviante). Le tanto criticate tastiere di Warren Ellis (qualcuno ha detto argutamente che il disco dovrebbe essere intitolato a Nick Cave & The Bad Synths…), sotto la patina da demo casalingo e l’atmosfera apparentemente monotona, celano parecchie sottigliezze, si producono in linee melodiche che fanno da contrappunto a quelle del cantato e soprattutto generano una stratificazione sonora, che nel proprio (falso?) dilettantismo producono un’atmosfera senza tempo. Ellis trova una sua via alla materia, magari sgrammaticata e poco ortodossa, un po’ come quando (in maniera diversa, ma con il medesimo approccio) i Flaming Lips si sporcano le mani, pasticciando con l’elettronica.

E poi ovviamente le canzoni. Riteniamo che la sequenza iniziale dei primi tre brani sia formidabile e che, se il primo disco cala di intensità nella seconda parte (a parte le evocative immagini di “Sun Forest” e la conclusiva “Leviathan”), il secondo cala un tris d’assi perfettamente bilanciato tra l’enfasi di “Ghosteen”, lo spoken di “Fireflies” e il finale di “Hollywood” degno di entrare tra le migliori composizioni dell’australiano.

Che poi Nick Cave abbia davvero “boicottato” la potenziale perfezione del lavoro, privilegiando una pesantezza in qualche modo necessaria o abbia invece semplicemente esagerato con il solipsismo, al momento interessa poco… Tutti parlano di questo disco e forse era questo il vero intento: che tutti si interrogassero sull’opera, sul suo significato e magari anche sul sospetto che il vecchio Re Inkiostro, stordito dal suo stesso afflato empatico, abbia o meno pisciato artisticamente fuori…

Eppure ci sentiamo di aggiungere un’ultima cosa.

Occorre forse mettere da parte gli atteggiamenti da “tifoso“ che abbiamo scorto sia in alcuni detrattori che in molti fedeli del culto, in quanto ci sembra nascondano entrambi il rifiuto di mettere in gioco la propria idea di Nick Cave, così come consolidatasi negli anni.

Quasi come se entrambe le fazioni sbagliassero del medesimo errore: considerare il disco come un dono distante, elargito da un messia austero e imperscrutabile, quando invece “Ghosteen” ci sembra essere proprio l’opposto, ovvero il tentativo di annullare la distanza (innanzitutto umana) tra musicista e ascoltatore.

Infine, visto che mentre scriviamo sta per terminare un decennio e nuove classifiche avanzano minacciose verso di noi, non possiamo esimerci dal dire la nostra sul decennio appena trascorso.

Non indugiamo quindi e sveliamo subito il vincitore che ha raccolto nelle votazioni del blog addirittura il 100% dei voti (sì, tutti e due, quindi…): and the winner is… l’anno 2016!

Sì, avete letto bene: visto che abbondano già in un numero delirante gli elenchi dei migliori dischi che abbiamo ascoltato dal 2010 in poi, abbiamo deciso di parlare non dei dischi, bensì dell’anno migliore.

Avete presente il modo di dire “nell’anno di grazia….”? Ecco, pensiamo che si possa tranquillamente spendere per il 2016, annata che si è caratterizzata sia per la mole di lavori memorabili pubblicati, che per una certa idea di musica rock che probabilmente potrebbe essere eletta a paradigma dell’intero decennio.

Se teniamo, infatti, come focus la sola musica rock (anche nella sua accezione più larga) e lasciamo da parte le scene, molto più vive e in evoluzione, della musica elettronica, dell’hip-hop e, più in generale, dell’odierno mainstream pop, ci sembra che il decennio appena trascorso non si sia caratterizzato per rivoluzioni stilistiche, culturali o per sparigliamenti di carte. A parte qualche musicista, più (Bon Iver) o meno (Low) insospettabile, in pochi hanno cercato davvero di aggiornare la musica di Elvis ai battiti moderni o comunque di trovare una propria via che si accordasse a questo nuovo mondo digital & social, diseguale, logorroico, sovranista, bloccato e immobilizzato in/da un costante aggiornamento di informazione, disintermediato, incapace di immaginare il futuro, che ha rovesciato i concetti di mainstream e underground etc etc. La conseguenza è che le cose che hanno finito per esaltare maggiormente l’appassionato rock sono stati i singoli episodi, i bei dischi che ci hanno ricordato cosa abbiamo amato in passato e ci hanno dato la sensazione (rassicurante) che la nostra musica sia ancora possibile.

Uno scenario desolante per un decennio costellato dalle morti di tantissimi musicisti che hanno fatto la storia. Sì, perché il rock sta invecchiando e, assieme ai suoi ascoltatori, invecchiano anche i suoi eroi storici. E forse non è dunque un caso che l’anno a nostro avviso più prolifico di capolavori abbia accompagnato tale vitalità con una diffusa idea di morte.

Dopotutto si tratta dell’anno che ci ha dato “Blackstar”, la fregatura finale che David Bowie ha rifilato alla Nera Signora, lasciando in sua vece l’ennesimo (e immortale) simulacro strabordante di vita, “You want it darker”, il testamento zen di un Leonard Cohen che si dichiarava pronto per le ossute braccia del Tristo Mietitore e infine quel “Skeleton Tree” in cui la Morte riprendeva il classico ruolo di convitato di pietra alla desolata tavola di un Nick Cave, forse mai così doloroso e intenso.

Tutti nomi pesanti, dunque. E non furono gli unici a risvegliarsi quell’anno: Brian Eno ritornava (e senza l’aiuto di Karl Hyde) al vizietto della canzone con il magistrale “The ship”, Iggy Pop invece si faceva aiutare da Joshua Homme per un “Post-Pop Depression” che alzava i volumi come piace ai veri fan dell’Iguana. Persino quel vecchio tricheco di David Crosby aveva deciso di “ricordarsi il suo nome”, illuminato dal faro che intitola il disco. E che dire dei risvegli di Radiohead, Lucinda Williams e Tindersticks o delle conferme di Swans e PJ Harvey? Ma non si è trattato solo di un anno segnato da nomi maggiori: molti sacerdoti del culto hanno dovuto aggiornare i propri breviari con le opere di Matt Elliott, di un redivivo Blixa Bargeld che confermava lo splendido sodalizio con il nostro Teho Teardo, di un Will Sheff che a sorpresa riportava gli Okkervil River nelle mappe della musica che conta, di un Amerigo Verardi che consegnava forse la sua opera definitiva. E che dire di tesori ancora oggi poco celebrati come quelli di Aidan Knight, Ben Seretan, Cory Hanson e degli Hintermass? O delle promesse che proprio quest’anno sono state mantenute di Michael Kiwanuka e The Comet Is Coming?

Ricordiamo inoltre che proprio nel 2016 due artisti come Frank Ocean e Kanye West (ovvero i due musicisti che meglio di tutti hanno saputo sfruttare la popolarità mainstream dell’hip-hop per veicolare idee musicali innovative) hanno pubblicato rispettivamente “Blonde” e “The life of Pablo”, due lavori che oggi fanno capolino in diverse liste dei migliori album del decennio.

Si potrebbe continuare a lungo e magari chi ha voglia può anche mettere su questa compilation. Ma la chiudiamo qui, che il gioco è bello, finché dura poco.

Ci si vede nel prossimo decennio!

P.S.

Cogliamo l’occasione per porgere le nostre scuse al 2013, anno che abbiamo amato tantissimo e che forse aveva cullato il sogno di uscire vincitore. Ci spiace amico sarà per il prossimo decennio…

Un pensiero riguardo “Migliori album dell’anno e miglior anno del decennio

  1. Io avrei votato il 2015.
    I love you, Honeybear
    Sometimes I sit and think…
    Depression Cherry
    No cities to love
    Have you in my wilderness

    In realtà mi è bastato guardare il numero di vinili dei 2010s, per rendermi conto della massiccia presenza del 2015 😅

    Buon fine anno, e buon inizio 😊

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