Una sofisticata avventuriera. Tra Vanishing Twin e Tomaga: Valentina Magaletti

… e proprio mentre nessuno guardava in quella direzione, ecco giungere dalla parte più residenziale e hipster della nostra città musicale nuovi, inaspettati dispacci.

Alludiamo a quei quartieri residenziali abitati per lo più da musicisti britannici che vantano passioni per il vintage, si occupano di post-modernismo e modernariato e vanno matti per il pop (non quello dozzinale, però) suonato con l’approccio jazzy, arty & blasèe che si perdona solo a certe belle ragazze ritratte nei film di Jean Luc Godard.

Nel corso degli anni, quegli appartamenti sono stati occupati da diverse band degne del nostro apprezzamento. Leatitia Sadier e Tim Gane degli Stereolab vi hanno abitato per diversi anni (e pare siano stati rivisti recentemente in giro in questi paraggi) e, frequentando quelle strade, ci si poteva imbattere in personaggi del calibro di Trish Keenan prima che venisse strappata ai suoi Broadcast da un destino a volte davvero infame o di Rosie Cuckston che assieme ai suoi Pram è tornata recentemente a far sentire la sua voce.

Ma si diceva dei nuovi dispacci: in questi ultimi anni, a guardar bene il mittente dei pacchi recapitati da band come Soundcarriers e Beautiful Junkyard, si aveva il sospetto che quelle zone fossero tornate ad essere vitali e produttive… ma adesso a fugare ogni dubbio ecco giungere i Vanishing Twin. Corroboriamo tale affermazione, chiamando a testimoniare i due dischi a firma della band (ci sarebbero in mezzo anche un paio di e.p.) “Choose Your Own Adventure” (del 2016) e “The Age of Immunology” (da poco uscito) che con dovizia di particolari e un peculiare senso dell’avventura si baloccano con un personalissimo universo abitato da groove liquidi iniettati endovena grazie a una batteria che senza soluzione di continuità passa dal jazz all’avant e a un basso che come cotone massaggia piacevolmente il tutto. Un universo dove risuonano voci femminili svogliate per la narcosi del dormiveglia, che si baloccano con l’ovatta confezionata da strumenti giocattolo, elettronica vintage, vibrafoni, tablas, suoni ritrovati e/o campionati e da una generale (e retromaniaca il giusto) sensazione di avvolgente library music.

Ecco a voi, dunque, i Vanishing Twin. Certamente una delle band del momento, il cui disco siamo certi si ritroverà in molte classifiche di fine anno. In giro non si legge altro di come stiano riuscendo nell’impresa di rinverdire i fasti di quel pop sofisticato cui abbiamo accennato prima. Eppure… a noi l’ascolto di questa band ha suggerito altre strade e altri percorsi. Scomponendo il mistero della loro musica esoterica e sfuggente, ci siamo convinti di aver scorto l’elemento che mantiene l’equilibrio tra le sue varie componenti: il drumming di Valentina Magaletti. Insomma, i Vanishing Twin ci hanno fatto venire in mente quei gruppi in cui il batterista risulta talmente importante per gli equilibri musicali da connotarne in maniera assoluta l’identità.

Parliamo di gente come Jaki Liebezeit dei Can, Damon Che dei Don Caballero o di Kid Millions degli Oneida. Un filone di mostri sacri in cui ci piace inserire l’italianissima Valentina Magaletti, batterista dei Vanishing Twin nonché di tanti altri interessanti progetti. Un paragone importante quello appena azzardato, ma se – come noi – aveste visto Valentina all’opera dal vivo forse sareste da subito d’accordo… Insomma abbiamo deciso di parlarvi, più che del gruppo che oggi sta sulla bocca di tutti, della sua batterista, sperando che ciò valga come (misero) risarcimento per tutto il suono di cui sono impregnate le pelli dei suoi tamburi.

E cominciamo dunque proprio dai Vanishing Twin, di cui abbiamo già detto. Con buona probabilità galeotto per la nascita della band fu lo split del 2015 “Play Time: Music For Video Games” pubblicato dalla cantautrice Cathy Lucas che, dopo aver lasciato i Fanfarlo (band britannica che per un quarto d’ora si fregiò anche del titolo di next big thing albionica…), aveva cominciato a pubblicare dei lavori solisti con lo pseudonimo di Orlando. L’altra band che si divideva la pubblicazione erano i Tomaga, duo italo-inglese che vede al basso ed a strumentazione elettronica varia Tom Relleen e alla batteria proprio Valentina Magaletti. Evidentemente, nel comporre musiche per videogiochi immaginari (questo il tema delle registrazioni…), tra le due ragazze nasceva un’intesa che da lì a breve le avrebbe portate alla creazione dei Vanishing Twin, il cui organico si completava poi con l’ingresso in formazione del bassista giapponese Susumu Mukai (alias Zongamin), del chitarrista Phil MFU (che sta per Man From Uranus) e del cineasta/artista visivo Elliott Arndt al flauto e alle percussioni.

La creatura che prende forma viene plasmata almeno programmaticamente da Cathy che sceglie la ragione sociale ispirandosi al proprio gemello morto (o meglio “riassorbito”, alludendo alla tesi scientifica per cui il feto deceduto a livello cellulare venga appunto riassorbito in quello che sopravvive). Il primo disco della band “Choose Your Own Adventure” viene prodotto nientemeno che da Malcolm Catto degli Heliocentrics (uno che di groove se ne intende) nel suo studio di Londra, il Quatermass Sound Lab (a proposito di miti vintage britannici) e viene dedicato proprio alla memoria del fratello di cui la cantante ritiene di aver assorbito le cellule.

Il gusto tutto intellettuale per le teorie strambe prosegue con l’omaggio reso dal titolo del loro ultimo lavoro “The age of immunology” (che chiama in ballo la teoria dell’antropologo A. David Napier secondo cui l’idea scientifica dell’eliminazione del “non sè” si è spostata dal mondo della medicina a quello sociale con esiti catastrofici per la convivenza tra gli uomini). Il nuovo lavoro è stato prodotto dalla stessa Cathy Lucas e registrato in diverse location per un disco che consta di una prima parte parte più quadrata e fruibile, che si chiude idealmente con l’apoteosi pop di “Musician’s success” ed una seconda nella quale il gruppo si concede divagazioni free, spoken word e una sensazione di deriva psichedelica. A tenere insieme le due parti, provvede il groove fornito dalla premiata ditta Valentina Magaletti/Susumu Mikai. In particolare, la musicista pugliese si produce in un tappeto ritmico discreto e sotterraneo, ma volto costantemente ad arricchire la tavolozza sonora della band con poliritmie e accenti cromatici.

Una ricchezza espressiva che nei suoi Tomaga conquista la ribalta della scena. Nella band condivisa con Tom Relleen, nata a seguito della comune esperienza come sezione ritmica nel progetto psichedelico di Demian Castellanos The Oscillation, si respira infatti una più spiccata libertà data anche la natura avant e impro del progetto. La loro musica evita scarti improvvisi a favore di un suono costantemente mutevole e caratterizzato dal colore fornito dalla strumentazione di volta in volta utilizzata. In questo i Tomaga risultano curiosi e piacevolmente ondivaghi, facendosi guidare da un campionario pressoché infinito di strumenti acquistati o autocostruiti e di oggetti utilizzati irritualmente per emettere suono: marimba, oscillatori, peculiari drum kit, scatole di metallo, sacchi di ghiaia, percussioni accordate.

La musica dei Tomaga nasce dal desiderio di superare la prospettiva convenzionale delle band che vede spesso nel basso e nella batteria degli elementi gregari, ponendo in primo piano l’aspetto ritmico. Ciò al punto tale che in alcuni episodi i rapporti tra ritmica e armonia risultano rovesciati: in primo piano troviamo lo scheletro ritmico del brano, mentre la struttura armonica composta da linee di basso, rumoristica varia ed elettronica occupa spesso lo sfondo della scena.

Tale approccio finisce per conferire un’identità forte alla band nonostante la loro cospicua produzione risulti estremamente eterogenea e composta da episodi piuttosto differenti anche all’interno di uno stesso disco.

Nei sei anni di attività, la band pubblica quasi un lavoro ogni anno tutti intelligentemente di breve durata o meglio… della giusta durata.

L’esordio adulto di “Futura Grotesk” del 2014 (prima vi era stata la cassetta “Sleepy jazz for tired cats” del 2013) passa dal minimalismo percussivo di “Malintesi” alle astrattezze sonore di “Taste The Indifference” e “Long Term Green” perturbate da rumori e clangori vari, o anche dalle atmosfere kraute quasi da Oneida in slow motion di “Mountain Opener” fino ai ritmi sincopati punteggiati da tastiere vintage della splendida title track.

Il secondo lavoro “The shape of the dance” del 2016 riesce ad amalgamare ancora meglio le diverse pulsioni, presentandosi come un’apnea sonora di 34 minuti che a nostro parere rappresenta il lavoro più compiuto e maturo del duo. I suoni aspri di “Tuscan Metalwork” sintetizzano in maniera superba tutte le sfaccettature del Tomaga sound. La superba title track ci propone un post rock con ascendenze tortoisiane avvolte da echi e sonorità quasi dub. Una lezione di minimalismo che ritroviamo nell’ipnotica “Perspective with no end” costruita attorno al basso e alla marimba e nelle sonorità reverberate dell’avvolgente “Gonda’s Dream” mentre “Scaccomatto” rappresenta il momento più astratto e rumorista.

“Memory in Vivo Exposure” del 2017 è dominato dalla ponderosa title track di 16 minuti, divisa in una prima parte più animata e in una seconda più atmosferica e minimalista che si sviluppa lentamente attorno a un pattern di marimba.

“Music for visual disorder” del 2018 è il lavoro più atipico. Se il primo brano “Bones and sky” presenta il consueto minimalismo percussivo, il resto del disco snocciola una serie di brani atmosferici che in alcuni episodi rinuncia a una ritmica tradizionale (è il caso di “The Whitest light” e “Are we all Water?”) in altri invece si caratterizza per un rumorismo percussivo e astratto come “Il grido del Martello“ e “Chiodi”.

Arriviamo infine al bellissimo e fresco di stampa “Extended play 1”. Il primo brano “Bluest” è uno dei loro migliori e conquista immediatamente con un ibrido avvolgente di blues, atmosfere dub, ritmiche tribali e sonorità esotiche. Non mancano le sorprese con il jazz astratto, ma swingante di “Rabbits Of The Void”, l’orgia di percussioni tribali di “Squeek and Chatter”, l’elettronica free e rumorista di “Let’s Twist Again” (sic!) e la cinematica “Lilith Waves” infestata da inquietanti disturbi elettronici.

Il breve elenco appena stilato non esaurisce certo l’attività del duo: ci sarebbero ancora e.p., remix e collaborazioni varie che nella sua breve vita la band ha collezionato, mostrando a tutti quale libertà può giungere la musica qualora venga sottratta da ogni legaccio o confine preconcetto.

Lo stesso spirito di libertà che riscontriamo in tutta l’attività della Magaletti capace di passare dall’elettronica scura e industriale degli straordinari Raime per il quale ha suonato gli scheletrici pattern di batteria poi rielaborati dal duo londinese per la stesura dei propri paesaggi desolati e apocalittici, fino alla collaborazione con alcuni mostri sacri della scena britannica come Graham Lewis e Matthew Simms dei Wire e il tastierista Thighpaulsandra (icona weird vista già Coil, Spiritualized e Julian Cope). I quattro hanno dato vita agli UUUU. La band al momento ha pubblicato nel 2017 un unico disco omonimo, denso e massimalista, saturo di rumori e percussioni industrial che alterna post rock, kraut cosmico, noise brutale e ambient scurissima.

Dopo Vanishing Twin, Tomaga, Raime e UUUU, vi sarebbero ancora molte collaborazioni e svariati progetti che hanno visto o che vedono impegnata la musicista italiana e vi assicuriamo che si tratta di roba mai meno che interessante. Non resta che augurarsi che questo elenco continui ad allungarsi di pari passo con la genuina passione e il temerario senso dell’avventura che abbiamo scorto finora e che Valentina continui a fornire carburante al battito della musica più libera e anticonvenzionale.

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