Laish – Time Elastic

Dei Laish ve ne avevamo parlato qui. Ma siccome è uscito nel frattempo anche il loro disco nuovo, tocca riparlarne. E lo si fa con piacere, perché il nuovo lavoro di Danny Green, titolare esclusivo della ragione sociale, è l’ennesima delizia.

Vediamo un po’… Si comincia con “The sand is shifting” e sembra quasi di sentirla la sabbia scivolare tra le dita. La senti nelle note di chitarra arpeggiate con mano gentile e nella voce che sembra cantare con la delicatezza di chi non vuole svegliare il bimbo addormentato nella stanza accanto. Si uniscono con la medesima leggerezza anche un pianoforte, dei lievi controcanti femminili e degli archi discreti. L’equilibrio è sublime e conduce alle note granate della chitarra di “Love is growing”, ballata dalla bellissima melodia, roba che vale tre dischi dei Coldplay, non fosse altro che mai i Coldplay hanno posseduto un tale senso della misura in cui la parsimonia nulla toglie allo struggimento. Un altro centro pieno, insomma, ma andiamo avanti. Tocca poi a “Listening for God” proseguire il programma con toni quasi country, una melodia che immagini adatta a certi tramonti e una chitarra che in una vita precedente è stata una pedal steel. Il ritornello corale si apre quasi gospel, pur mantenendo una sua indifesa fragilità. Il viaggio continua con “Blink of an eye”, brano che parte con chitarra sbarazzina bluesy, basso sostenuto e voce quasi confidenziale; prosegue con l’ingresso dell’organo e di una chitarra che rafforza i propri arpeggi, ma non sfocia in nessun ritornello, rimanendo piuttosto sospeso in un gioco di vuoti e pieni, adagiato su un groove discreto e costante capace di creare una diffusa vibrazione positiva. In “Dance to the rhythm” la voce parte da sola, inseguita subito dopo da coretti femminili e da una batteria incalzante. Quando arrivi al ritornello, scopri che potresti cantarlo per ore con uno stupido sorriso stampato in faccia. Poi si arriva alla traccia che dà il nome al disco, quella “Time Elastic” che a parere di chi scrive si candida fin da ora ad essere una delle più belle canzoni dell’anno.

Che dire di questo pezzo? Oltre che qualunque songwriter dovrebbe studiarlo a memoria per come il cantato gestisce il testo torrenziale, oscuro, trascinante e poetico, per come la musica trasmette un senso di ciclica elasticità tra strofa alluvionale e ritornello ossessivo, per come gli elementi dell’arrangiamento si giustappongono con un senso della misura straordinario che, senza soluzione di continuità, conduce il brano dalla quiete di un ruscello al clamore di un fiume in piena.

D’altronde, quale migliore metafora dell’elasticità del tempo per descrivere il miracolo di certi pezzi pop in cui il tempo sembra rinunciare al proprio scorrere e ci si potrebbe perdere per ore anche solo nelle pieghe di un ritornello.

Si tira il fiato con il cantautorato arpeggiato di “Devil’s advocate”, forte di una melodia senza tempo (ma dove le va a pescare il buon Danny tutte queste linee melodiche così immediatamente riconoscibili che sembrano esistere da sempre?), ma anche di archi che irrompono nel pezzo senza appesantire e si sposano meravigliosamente con gli intrecci della chitarra e con i falsetti della voce. “University” vanta cantato da crooner e archi dinamici, debitori di certo soul zuccheroso di marca motown, in un pezzo di quelli che a Neil Shannon dei  Divine Comedy non riesce più di scrivere da alcuni anni.

I would prefer not to” è l’episodio più fragile e delicato, suonato in punta di plettro e sussurrato da una voce che sembra cantare solo per se. La chiusura, infine, è affidata a “The Fox” che parte lenta e struggente con una melodia che potrebbe appartenere ai primissimi Belle & Sebastian, ma che poi si riempie maestosa e struggente con fiati, archi e tutto il resto per creare una magnificenza che risiede nella capacità di dosare, piuttosto che nell’impatto del suono.

Eccole qua le dieci nuove canzoni di Danny Green. Le ho volute menzionare una per una perché quello di cui stiamo parlando è un disco di canzoni. Nessun effetto speciale, nessuna ardita operazione di sound. Si tratta di una semplice raccolta di canzoni pressochè perfette. Nulla di più, nulla di meno. (Voto: 8)

 

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