Hüsker Dü – Too Far Down

Chi vive la musica come una passione sa che questa è legata a doppio filo alla vita di tutti i giorni, riuscendo a influire sui nostri stati d’animo, come d’altro canto è la vita stessa a guidare i nostri ascolti.

E così quando inevitabilmente arrivano le giornate meno buone, viene naturale rifugiarsi nella cristallina bellezza di una melodia rassicurante o nell’ottimismo di parole che ci aiutino a guardare avanti.

Ma allora perché allora, spesso, ci sentiamo inesorabilmente attratti da una musica intensa che invece di aiutarci a distogliere lo sguardo dall’oscurità ci porta al contrario a confrontarci con essa?

Ecco, immergersi in “Too far down”, brano contenuto nell’album “Candy Apple Grey”, nominalmente un brano degli Hüsker Dü ma a tutti gli effetti del solo Bob Mould, è come calarsi in un pozzo buio di cui non si vede il fondo.

Capiamo subito che qualcosa non va da una breve introduzione di rumori, carillon dissonanti e flauti fuori tono. Quando arrivano pochi semplici accordi di chitarra e Mould, con una voce pervasa di intimo disagio, canta le prime parole, “sono di nuovo giù”, veniamo catapultati nel suo mondo, quello della depressione.

Il punto di partenza è la difficoltà di raccontare la propria ricaduta alle persone che ti stanno attorno e la paura di essersi spinto troppo oltre per riuscire a tornare indietro.  Se è così facile per gli altri essere felici, perché lui invece sta così male.

In un crescendo emozionale sottolineato dalla veemenza della chitarra e da un cantato che esprime sempre di più un misto di disperazione e rabbia emerge il desiderio di morire e lasciare che gli altri possano vivere liberi dalla sua ingombrante presenza.

L’ultimo verso della canzone torna di nuovo ai toni più calmi e dolenti dell’incipit quasi a confidare all’ascoltatore che in fondo si è trattato solo di un inutile sfogo.

Le ultime spietate parole “perché potrei essere andato troppo giù” rimangono quasi sospese nell’aria mentre quasi immaginiamo l’autore svanire in lontananza a capo chino.

Alla fine dell’ascolto si ha la sensazione di aver vissuto un’esperienza quasi reale, resa tale dalla combinazione tra musica e testo ma soprattutto dall’interpretazione di Mould, di un’intensità quasi insopportabile.

Perché dunque?

Che senso ha avuto affrontare un’esperienza così disturbante? E perché la sensazione che ci rimane sotto pelle non è rappresentata dal malessere di aver condiviso in maniera così viva il dolore di un altro essere umano, bensì quella di esserne usciti arricchiti?

La risposta forse sta nel rapporto indissolubile tra la condizione umana e l’arte.

Lasciando stare i triti e ritriti luoghi comuni sull’arte che nasce dalla sofferenza, ciò che emerge prepotentemente da “Too Far Down” è un’umanità disarmante, talmente forte e sincera che non può non stabilire una relazione col proprio interlocutore.

Sia che si tratti – come nel nostro caso – di disperazione e paura del futuro o che riguardi gioia, amore o amicizia, è l’intensità del sentimento a costringere l’artista ad esprimersi in maniera così viscerale.

Mi piace pensare quindi che quando, a un’urgenza emotiva incontenibile, l’ispirazione risponde con un’espressione artistica così potente, il flusso che si crea diventa una corrente irresistibile che travolge sia l’autore che il suo interlocutore, in un’estemporanea intimità e un’empatia simile a quella che si può venire a creare tra due sconosciuti che si sfiorano per un attimo.

Potrà sembrare troppo ottimistico, ma dopo trent’anni dalla nascita del brano possiamo forse sperare che qualcosa dopo quella canzone sia cambiato e che l’apparentemente vano sfogo dell’autore abbia rappresentato il momento decisivo nell’accettazione di sé e il primo passo verso la risalita.

In fondo un suggerimento in tal senso ce lo diedero proprio gli stessi Husker Du in una frase presente nelle note di copertina del disco successivo “la rivoluzione comincia a casa, preferibilmente davanti allo specchio del bagno”.

 

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